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| Nella Tesi di Laurea in oggetto nella disciplina specialistica di Storia e Critica del Cinema - "La bella è la bestia. 'La maschera del demonio' di Mario Bava (Italia, 1960)", premiata con Lode e Dignità di Stampa - vengono utilizzati in sede d'analisi critica gli strumenti della sociologia, della semiologia del testo filmico e della psicoanalisi dell'arte (di matrice post-kleiniana). L'obiettivo è quello di sondare l'immagine del femminile all'interno del testo filmico e dell'immaginario del cinema italiano di inizio anni Sessanta. Come a dire: il genere (il femminile) contenuto nei generi (nei prodotti cinematografici di consumo, pensati e prodotti per un vasto pubblico, nell'Italia del boom economico). Pertanto: un film di genere come "La maschera del demonio" di Bava si scopre prezioso scrigno - di fatto - di parti importanti, a tratti perturbanti e non così conosciute dell'immaginario italiano. Una carta moschicida - la pellicola - in grado di catturare desideri e angosce collettive di un momento storico-culturale di cruciale importanza. Si è nel 1960, data-cardine del cosiddetto 'miracolo economico'. Mai il PIL fu così alto. La cosiddetta 'pillola anticoncezionale' veniva approvata 'urbi et orbi' dalla FDA (anticipando mutamenti sociali e fermenti di quella che verrà poi definita 'rivoluzione sessuale' e, in senso lato, 'dei costumi'). Tutti questi fattori, con tutte le conseguenze a venire, erano già puntualmente colti, rielaborati e affabulati da parte del cinema 'popolare', in maniera differente ma non meno notevole rispetto al cinema cosiddetto 'd'Autore'. E accanto al dibattito per così dire 'cognitivo' e 'razionale', accanto ai dibattiti sui mutamenti socioculturali sulle pagine delle maggiori testate giornalistiche del Paese, ecco che invece la corrente carsica più segreta ed emotiva costituita da fantasie, da desideri e da angosce - gravitanti in particolar modo attorno all'immagine 'in mutazione' del femminile - veniva registrata, diremmo quasi contenuta, dallo scorrere di una pellicola come "La maschera del demonio". L'esordio emblematico di un regista 'di genere' e al tempo stesso avanguardistico (l'ex-operatore della fotografia Mario Bava, considerato non a torto il più interessante regista del filone 'gotico' italiano, a cavallo fra artigianato e genio, quasi un 'artigenio' del cinema, nonché autentico iniziatore del genere del 'fantastico all'italiana') è occasione per un'analisi non meramente filmologica e storica (pur con ampi riferimenti alle nouvelles vagues coeve, così come ai bruschi mutamenti dei generi hollywoodiani, tutti ascrivibili al medesimo 'anno di passaggio' 1960) ma per un'analisi del 'rovescio fiabesco' della società italiana dell'epoca. |
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