Robert Frank e la Beat Generation: uno sguardo sotterraneo nell'America degli sconfitti

Tesi di Laurea

Facoltà: Scienze della Comunicazione

Autore: Ciro Meggiolaro Contatta »

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Si può dire che parlare di reportage in fotografia equivalga a parlare della storia della fotografia stessa.
La fotografia registra, infatti, fin dalla sua prima apparizione, negli anni Quaranta del XIX secolo, un’ampia diffusione non solo tra gli artisti, contribuendo in maniera determinante a un radicale cambiamento della percezione del reale, ma anche tra la gente comune grazie alla rivoluzionaria possibilità di fissare e di riprodurre immagini universalmente considerate ‹‹oggettive››.
Anche se, sin d’allora veniva individuata una differenza basilare tra la fotografia fatta in studio e quella in presa diretta su di una realtà spontanea, registrata così come si presentava all’osservatore, si vuole qui intendere il reportage come l'insieme di tutto questo, come l’acme della documentazione, definendo quest’ultima, l’unione di tutti i generi di cui il reportage stesso, di fatto, consta. È questo il reportage: partendo dal ritratto per arrivare alla cronaca, è lo specifico del mezzo fotografico, è l’archiviazione di ogni aspetto del reale.
Se è quindi idealmente vero che la fotografia in sé nasce già come reportage, in quanto registrazione oggettiva della realtà, è anche vero che il grande balzo nell’evoluzione del reportage in senso moderno si ebbe a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, quando l’attenzione dei fotografi si volse verso fatti storici e sociali: da Andrè Kertész a Brassaї, da Robert Capa a David Seymour i fotografi capiscono e interiorizzano la potenza dello specifico fotografico come mezzo di fondamentale denuncia e influenza collettiva.
Tal azione, pur nascendo dalla voglia di documentare e dall’idea di porre rimedio a particolari situazioni d’ingiustizia sociale, non si riferiva alla società tout-court, analizzata nel suo insieme, ma poneva l’accento soprattutto su di un’identità individuale sempre più minacciata da una meccanizzazione avente come risultato malcontento, insoddisfazione e alienazione.
Lo sconvolgimento della prima guerra mondiale portò ad un’ulteriore svolta. La grande Storia aveva ucciso, distrutto, calpestato l’uomo e tutto ciò che di più vero e intimo lo sorregge nella vita.
È per questi motivi che, il passo dalla cronaca all’interesse analitico e alla presa di posizione politica e ideologica non fu lungo, e presto il reportage si nutrì di preoccupazioni sociologiche, prestando il suo contributo “reale” a chiunque avesse voglia di denunciare soprusi.
L’inizio del cambiamento dell’immaginario fotografico comune, per come lo si vuole intendere in queste pagine, si ha con Cartier-Bresson, che, se da una parte univa, ad uno sguardo attento e consapevole, anche una tecnica raffinata, mostrando la società, non più disegnata e scolpita nei volti di soggetti attanagliati da traversie di guerra, ma alle prese con le difficoltà di ogni giorno, dall’altra riteneva, comunque, “come i fotografi di guerra, che il miglior modo per svelare l’umanità sia durante l’azione, anche se questa è del tutto insignificante” .
Ma qui non si vuole parlare solo di Cartier-Bresson (sul quale, peraltro, è già stato scritto molto) ma si desidera da lui partire per focalizzare l’attenzione sul fotografo che più di ogni altro, negli anni cinquanta americani, lo ha silenziosamente contestato. L’autore che, di fatto, ha cambiato la prospettiva di considerazione dell’immagine fotografica, intendendola non più come un modo di vedere autenticamente nuovo che si ciba di precisione, intelligenza e di un procedere quasi scientifico, ma come un mezzo “non penetrante ma democratico, che non pretende di fissare nuove regole per la visione” : Robert Frank.
Se dunque da un lato si partirà da Cartier-Bresson per arrivare a Robert Frank, dall’altro cercheremo di accostare l’operato e la visione di quest’ultimo, a quella di un’intera generazione di scrittori che proprio in quegli anni ed in quell’America stava prendendo vita: la Beat Generation.
Sviscerandone l’identità e il modo di procedere, gradatamente dell’uno e degli altri, ci si accorgerà infine, che il filo conduttore (le parole dei romanzi e delle poesie beat), posto quasi fin dall’inizio, non risulta affatto una forzatura, ma un’esplicita dichiarazione d’intenti, nella voglia di convincere chi legge che le “parti in causa”, Robert Frank e gli autori della Beat Generation, con particolare attenzione all’opera di Jack Kerouac (e al suo romanzo più significativo: On the Road), non solo si sono idealmente ascoltati a vicenda, ma hanno anche visto gli stessi luoghi, percorso le identiche strade, conosciuto i medesimi personaggi e, in definitiva, vissuto e visto una sola America. Hanno solo scelto un mezzo diverso per descriverla.

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INTRODUZIONE Si può dire che parlare di reportage in fotografia equivalga a parlare della storia della fotografia stessa. La fotografia registra, infatti, fin dalla sua prima apparizione, negli anni Quaranta del XIX secolo, un’ampia diffusione non solo tra gli artisti, ma in vari campi della cultura, contribuendo in maniera determinante a un radicale cambiamento della percezione del reale, grazie alla rivoluzionaria possibilità di fissare e di riprodurre immagini universalmente considerate ‹‹oggettive››. Anche se, sin d’allora veniva individuata una differenza basilare tra la fotografia fatta in studio e quella in presa diretta su di una realtà spontanea, registrata così come si presentava all’osservatore, si vuole qui intendere il reportage come l’acme della documentazione, definendo quest’ultima, l’unione di tutti i generi di cui il reportage stesso, di fatto, consta. È questo il reportage: partendo dal ritratto per arrivare alla cronaca, è lo specifico del mezzo fotografico, è l’archiviazione di ogni aspetto del reale. Se è quindi idealmente vero che la fotografia in sé nasce già come reportage, in quanto registrazione oggettiva della realtà, è anche vero