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Tesi di Laurea
Il nonsense di Alice. Umorismo e comunicazione patologica
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Tesi di Sara Gini
La tesi si compone di 37 pagine
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Anno: Università: Relatore:
2004-05 Università degli Studi di Bologna Roberta Lorenzetti
Area: Facoltà: Corso:
Lettere e Filosofia Scienze della Comunicazione
Abstract:
I testi di Lewis Carroll sono stati fin da subito oggetto di svariati tentativi di interpretazione da parte di quasi tutte le discipline della conoscenza umana – filosofia, matematica, psicologia, fisica, linguistica –, e questa “mania” non sembra diminuire, anzi, aumenta, con il passare dei secoli e con la scoperta di nuove teorie. Del resto, l’analisi che seguirà non è nient’altro che una prova di questo.
Proprio la ricchezza delle sue opere porta a numerose dissertazioni che qui saranno tralasciate, ma che sono comunque molto brillanti e interessanti. Fra queste, trova posto il Nominalismo di Humpty Dumpty, l’uovo saccente che dà alle parole comuni significati personali, oppure il Tè del Cappellaio Matto, che secondo alcuni commentatori della teoria della relatività corrisponderebbe a quella parte di cosmo in cui il tempo è immobile.
Qui mi sono concentrata sui paradossi e sui nonsense carrolliani, partendo dal presupposto, preso da Bateson, che proprio “questi paradossi sono la materia prima della comunicazione”, in grado di generare gli opposti follia e gioco, paralisi patologica e creatività. Nello studio di queste antinomie è stata utilizzata la logica formale, ma, in quanto essa stessa un’“invenzione umana”, è in questo caso solo un modo per descrivere questo elemento della comunicazione, non per risolverlo. Così, entra in gioco l’umorismo: un’alternativa alla rigidità della logica, svolge una “funzione equilibratrice” nelle relazioni umane (Rocco De Biasi in aut aut n° 282, pp. 63, 64).
Se la logica formale si impegna di cercare verità, ordine e un nuovo significato, al contrario nella logica carrolliana troviamo fantasia, disordine e nonsense. Tuttavia, la seconda sembra disordine, se ci appoggiamo alle logore tradizioni del linguaggio. Per esempio, nel mondo reale non c’è una relazione tra l’abbaiare di un cane e quello di un albero. Nel mondo al di là dello Specchio, invece, c’è molta più attenzione alle parole: il loro significato non può essere eluso facendo semplicemente una distinzione tra bow-wow (bau-bau) e bough-wough (rami). Nello stesso modo in cui la Rana non capisce perché si dovrebbe rispondere alla porta, a meno che non abbia chiesto qualcosa; e così via. Tutto ciò è estremamente confuso per Alice, come lo sono di solito i sogni. Infatti, questa confusione è davvero un prodotto del suo iniziale legame al mondo reale: è lei, non gli abitanti dello Specchio, ad essere illogica.
In sintesi, il linguaggio, che altro non è che la rappresentazione simbolica dell’esperienza, ha un potere tutto suo. E il potere delle parole è la forza più conservatrice nella nostra vita; è questo potere che elimina la possibilità di cambiamento dal mondo al di là dello Specchio: le azioni sono eternamente fissate, e nessuna deviazione da esse è concepibile.
In questo modo, Carroll mette in dubbio l’assunto di base secondo cui la comunicazione umana è logica e precisa.
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