La relazione tra infermiere e persona malata: il nodo strategico della professione

Tesi di Laurea

Facoltà: Scienze della Formazione

Autore: Marco Rusin Contatta »

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Ho svolto il tirocinio universitario presso il CEREF (Centro di Ricerca e Formazione) di Padova, ente che organizza corsi di formazione e di aggiornamento professionale per il personale sanitario, in particolar modo per quello infermieristico. Come assistente di corso ho avuto l’opportunità di entrare in contatto con molti degli infermieri frequentanti i corsi offerti dall’ente, raccogliendone le esperienze, le storie, i vissuti, i problemi. Sono stato in proposito colpito dal fatto che molti di loro, a prescindere dall’area sanitaria di provenienza, confessavano di sentirsi “a disagio” nei confronti del malato perchè “carenti” non tanto sul piano tecnico-assistenziale e clinico-biologico, oggi quanto mai curato dalla loro formazione iniziale e in servizio, quanto per l’aspetto comunicativo-relazionale, ossia in ordine a quel rapporto interpersonale con il paziente che da sempre qualifica le professioni terapeutiche, ma che in tempi a noi più vicini è forse stato messo in ombra. Da qui è nato l’intento di approfondire nel mio lavoro di tesi quale significato e rilievo assuma nel quotidiano lavoro dell’infermiere il “rapporto umano” con la persona malata e, in riferimento a tale quadro, quali siano le condizioni ideali che dovrebbero qualificare tale relazione e, quindi, di che natura debbano essere le relative competenze comunicativo-relazionali.
Alla luce di tali intenti ho articolato la mia riflessione in tre capitoli. Nel primo ho cercato di ricostruire i paradigmi culturali che fondano la medicina moderna, quella che affonda le sue radici nel '600 e che solo negli ultimi decenni ha visto incrinare il suo modello biomedico da quello di stampo umanistico. E’ con riferimento a tale cornice di fondo e alla relativa svolta maturata di recente che ho evidenziato le implicazioni riscontrabili nei modi di intendere ed attuare la professione dell’infermiere, soffermandomi in particolare sul nursing infermieristico, un modello di assistenza che condensa in sé l’odierno richiamo ad un approccio olistico e personalizzato al malato, al suo modo di vivere e sentire la malattia, alle sue interne risorse terapeutiche.
Nel secondo capitolo ho tentato di mettere in luce come in tale approccio assistenziale umanizzante ed empowerizzante assuma un ruolo assolutamente cardine il rapporto intersoggettivo tra infermiere e malato, un incontro di persone che può trovare il suo archetipo fattuale e assiologico nella relazione d’aiuto. Proprio in riferimento alle specifiche connotazioni che quest’ultima assume nell’assistenza infermieristica, ho quindi analizzato le principali dinamiche psichiche ed esistenziali che essa mobilita, nonché gli atteggiamenti ideali con cui l’infermiere dovrebbe gestirla.
Il terzo e ultimo capitolo entra nel merito di quei comportamenti comunicativo-relazionali necessari a sostanziare concretamente e idealmente la relazione d’aiuto implicata nella prassi del nursing. In particolare il riferimento va alle capacità d’ascolto attivo e di comunicare in modo assertivo quali competenze cardine dell’agire e della professionalità dell’infermiere.

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3 INTRODUZIONE Ho svolto il tirocinio universitario presso il CEREF (Centro di Ricerca e Formazione) di Padova, ente che organizza corsi di formazione e di aggiornamento professionale per il personale sanitario, in particolar modo per quello infermieristico. Come assistente di corso ho avuto l’opportunità di entrare in contatto con molti degli infermieri frequentanti i corsi offerti dall’ente, raccogliendone le esperienze, le storie, i vissuti, i problemi. Sono stato in proposito colpito dal fatto che molti di loro, a prescindere dall’area sanitaria di provenienza, confessavano di sentirsi “a disagio” nei confronti del malato perchè “carenti” non tanto sul piano tecnico-assistenziale e clinico- biologico, oggi quanto mai curato dalla loro formazione iniziale e in servizio, quanto per l’aspetto comunicativo-relazionale, ossia in ordine a quel rapporto interpersonale con il paziente che da sempre qualifica le professioni terapeutiche, ma che in tempi a noi più vicini è forse stato messo in ombra. Da qui è nato l’intento di approfondire nel mio lavoro di tesi quale significato e rilievo assuma nel quotidiano lavoro dell’infermiere il “rapporto umano” con la persona malata e, in riferimento a tale quadro, quali siano le condizioni ideali che dovrebbero qualificare tale relazione e, quindi, di che natura debbano essere le relative competenze comunicativo-relazionali. Alla luce di tali intenti ho articolato la mia riflessione in tre capitoli. Nel primo ho cercato di ricostruire i paradigmi culturali che fondano la medicina moderna, quella che affonda le sue radici nel '600 e che solo negli ultimi decenni ha visto incrinare il suo modello biomedico da quello di stampo umanistico. E’ con riferimento a tale cornice di fondo e alla relativa svolta maturata di recente che ho evidenziato le implicazioni riscontrabili nei modi di intendere ed attuare la professione dell’infermiere, soffermandomi in particolare sul nursing infermieristico, un modello di assistenza che condensa in sé l’odierno richiamo ad un approccio olistico e personalizzato al malato, al suo modo di vivere e sentire la malattia, alle sue interne risorse terapeutiche. Nel secondo capitolo ho tentato di mettere in luce come in tale approccio assistenziale umanizzante ed empowerizzante assuma un ruolo assolutamente cardine il rapporto intersoggettivo tra infermiere e malato, un incontro di persone che può trovare il suo archetipo fattuale e assiologico nella relazione d’aiuto.