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Laurea liv.I
Hamas. Ideologia, politica, logica d'azione di un movimento islamista palestinese
Tesi di Alberto Gasparetto
La tesi si compone di 56 pagine
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Anno: Università: Relatore:
2005-06 Università degli Studi di Padova Renzo Guolo
Area: Facoltà: Corso:
Scienze Politiche Scienze politiche e delle relazioni internazionali
Abstract:
Hamas è nato nel 1987 per contrastare con la forza armata lo Stato di Israele che ha sempre interpretato il ruolo di Nemico per eccellenza. Hamas incarna al tempo stesso due anime: quella islamista – tipica di un movimento che vede «nell’islam un’ideologia politica» – e quella nazionalista: per tale motivo questo movimento viene definito islamonazionalista, il che vuol dire che esso eleva il primo fattore (l’islam) a “causa di mobilitazione nazionale”. Ci sono autori che, con un singolare ed innovativo approccio, hanno parlato di «nazionalizzazione dell’islamismo» proprio con riferimento al caso palestinese, sostenendo che «i partiti islamisti (Jihad e Hamas) non criticano mai Arafat a proposito dell’islam, ma per i suoi compromessi con Israele». Hamas ha dovuto far fronte a periodi di forte impopolarità – di solito in coincidenza con il raggiungimento di un accordo pacifico tra l’OLP e Israele – ma ha sempre saputo rialzare la testa, ritrovando i favori della popolazione, in concomitanza con l’attuazione di attentati. Hamas è sopravvissuto negli ultimi anni all’ennesimo tentativo di repressione e di soppressione fisica dei suoi dirigenti e, approfittando del più acuto declino della storia dell’OLP, comportato anche dalla morte di Arafat, ha vinto sorprendentemente le elezioni del gennaio 2006, battendo ogni pronostico. La domanda che ora più di tutte necessita di una risposta è la seguente: saprà Hamas assumersi la responsabilità di gestire una posizione di governo, proseguendo nel sentiero già tracciato dall’OLP oppure si lascerà divorare dall’ideologia fondamentalista che da sempre ha caratterizzato il movimento?
La questione più problematica che deve affrontare Hamas è l’ambiguità tra la pesante eredità che le deriva dall’essere (stato) movimento terrorista e la legittimazione popolare che le ha permesso di conquistare il potere in seno all’ANP. Il nuovo partito di governo è chiamato a rispondere ad una grande sfida, quella della democrazia. Se da una parte può e deve pretendere che la comunità internazionale rispetti l’esito del voto popolare, dall’altra Hamas, se vuole che ciò avvenga, deve cercare di approfittare dell’opportunità che le è stata offerta dal voto stesso, cercando di tagliare i ponti con l’ideologia che l’ha caratterizzata per anni. E’ chiaramente un compito difficile. Un passo in avanti Hamas lo ha già fatto un anno e mezzo fa, quando ha proclamato la tregua. Ma è anche vero che l’ultimo attentato del 17 aprile 2006 a Tel Aviv, eseguito da un kamikaze che ha agito per conto della Jihād islamica, non è stato condannato dai suoi dirigenti, a conferma del fatto che Hamas approva tali atti compiuti per «autodifesa». Tenendo un tale atteggiamento – che induce a ritenere Hamas «implicitamente complice» –, il nuovo governo palestinese si aliena l’eventuale sostegno politico del Presidente Abu Mazen e stimola l’inasprimento dei rapporti con Fatah (con cui negli ultimi giorni ci sono stati scontri sanguinosi); inoltre – ed è la cosa più grave – rafforza l’ispirazione di fondo della linea politica intrapresa dal “Quartetto” (cioè aver bloccato i finanziamenti al governo). Ciò induce facilmente altri attori dell’area mediorientale a strumentalizzare e fare propria la questione palestinese: il candidato più accreditato in questa direzione è il presidente dell’Iran, Mahmoud Ahmadinejad, il quale, in cerca di un sostegno che consolidi le sue ambizioni panislamiste, approfittando della delicata situazione, prova a farsi padrino della “causa delle cause” islamiche, destinando provocatoriamente un budget non irrilevante ad Hamas, lanciando così un’ulteriore sfida (l’altra è quella del nucleare) alle potenze occidentali.
La questione è assai complicata ma Hamas non sembra intenzionato a venire a patti con il Quartetto. Non ha infatti ancora dimostrato di voler accettare le tre condizioni e, in particolare, quella del riconoscimento dello Stato di Israele, poiché è evidente che contraddirebbe in toto la sua ideologia e la sua storia. La popolazione però – benché gli aiuti verso di essa non si siano fermati – vive in condizioni sempre meno sostenibili.
Noi crediamo che il primo passo debba farlo Hamas: il nuovo governo non deve ritenere che l’accettazione delle tre condizioni equivalga ad un suo cedimento, ad un segnale di debolezza volto ad inficiare la sua posizione, ma deve pensare che accoglierle costituisca tanto una opportunità che le viene offerta dal gioco democratico quanto soprattutto una speranza per ciò che conta di più al momento: la popolazione civile.
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