Teorie del linguaggio, teorie del significato

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Alberto Pasini Contatta »

Composta da 35 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 4992 click dal 23/12/2008.

 

Consultata integralmente 2 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.

 

 

Il linguaggio è un miracolo. Spesso non ci pensiamo, ma se proviamo ad immaginare cosa significa poter parlare di qualcosa difficilmente troveremmo una spiegazione di come ciò sia possibile. Senza contare le innumerevoli occasioni in cui ci accorgiamo del peso delle parole, di quello che implicano, dell’universo che celano, della loro storia. Ma il linguaggio ha una peculiarità su tutte. Samuel Johnson diceva “Il linguaggio è l’abito del pensiero” e, riflettendo un attimo, ci accorgiamo che in effetti il linguaggio è l’unico collegamento tra quello che pensiamo e il mondo esterno. È l’unico modo per estrarre i pensieri dalla nostra mente ed esprimerli. Proprio da questo fatto, a volte nascono dei problemi che rivelano come nel linguaggio si mescoli la concretezza della realtà con l’astrattezza dei pensieri, problemi grazie ai quali si può partire per tentare di capire qualcosa di più sulla nostra abilità nell’usare correttamente questa capacità. Uno di questi problemi è stato colto da Noam Chomsky, che ce lo presenta con questa frase:

Il libro che sta progettando peserà almeno cinque chili se mai riuscirà a scriverlo.

È una frase che chiunque di noi può agevolmente proferire o comprendere, ma che contiene un’ambiguità di non poco conto relativa all’uso del termine “libro”: in questa frase il termine è usato sia per designare un oggetto concreto, sia un’entità astratta presente, probabilmente, nella mente del suo eventuale autore. Il fatto che noi riusciamo ad interpretare questa frase, significa che in una certa misura ci è ben chiaro il suo significato, sulla base di elaborazioni che la nostra mente è in grado di fare, ma che difficilmente siamo in grado di spiegare. Ebbene, la spiegazione passa attraverso una riflessione che si può generare da frasi come questa, intorno alla quale ruota gran parte della speculazione filosofica sul linguaggio sin dalla sua nascita: mi riferisco alla semantica. Questo è un ambito sterminato, che difficilmente vedrà sviluppi sostanziali a breve termine, ma che credo sia interessante indagare in relazione alle teorie del linguaggio in cui è inscritto.
Da qui il titolo del mio lavoro “Teorie del linguaggio, teorie del significato” che si propone, nella prima parte, di esplorare la teoria Chomskiana del linguaggio, per tentare di descrivere in che modo il significato si inserisca nel quadro di questa visione e quali siano le principali obiezioni cui questo paradigma deve far fronte. Alcune di queste obiezioni provengono da solide impostazioni teoriche che compongono il panorama scientifico odierno attorno ai problemi di semantica lessicale: in questo senso, nella seconda parte, vedremo gli approcci di Ray Jackendoff, Jerry Fodor e James Pustejovsky, i loro punti di incontro e di divergenza, per trarre alcune conclusioni riguardo la diversità di analisi del complesso ambito della semantica.

Mostra/Nascondi contenuto.
4 Introduzione Il linguaggio è un miracolo. Spesso non ci pensiamo, ma se proviamo ad immaginare cosa significa poter parlare di qualcosa difficilmente troveremmo una spiegazione di come ciò sia possibile. Senza contare le innumerevoli occasioni in cui ci accorgiamo del peso delle parole, di quello che implicano, dell’universo che celano, della loro storia. Ma il linguaggio ha una peculiarità su tutte. Samuel Johnson diceva “Il linguaggio è l’abito del pensiero” e, riflettendo un attimo, ci accorgiamo che in effetti il linguaggio è l’unico collegamento tra quello che pensiamo e il mondo esterno. È l’unico modo per estrarre i pensieri dalla nostra mente ed esprimerli. Proprio da questo fatto, a volte nascono dei problemi che rivelano come nel linguaggio si mescoli la concretezza della realtà con l’astrattezza dei pensieri, problemi grazie ai quali si può partire per tentare di capire qualcosa di più sulla nostra abilità nell’usare correttamente questa capacità. Uno di questi problemi è stato colto da Noam Chomsky, che ce lo presenta con questa frase: Il libro che sta progettando peserà almeno cinque chili se mai riuscirà a scriverlo. 1 È una frase che chiunque di noi può agevolmente proferire o comprendere, ma che contiene un’ambiguità di non poco conto relativa all’uso del termine “libro”: in questa frase il termine è usato sia per designare un oggetto concreto, sia un’entità astratta presente, probabilmente, nella mente del suo eventuale autore. Il fatto che noi riusciamo ad interpretare questa frase, significa che in una certa misura ci è ben chiaro il suo significato, sulla base di elaborazioni che la nostra mente è in grado di fare, ma che difficilmente siamo in grado di spiegare. Ebbene, la spiegazione passa attraverso una riflessione che si può generare da frasi come questa, intorno alla quale ruota gran parte della speculazione filosofica sul linguaggio sin dalla sua nascita: mi 1 Cfr. N. CHOMSKY, Nuovi orizzonti nello studio del linguaggio e della mente, ed. it., il Saggiatore, Milano 2005, p. 67.