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Le risposte sulla tecnologia di Forster, Capek e Vonnegut

Interessante, in risposta a Wells, è The Machine Stops di Forster (1909). Anch'egli mette in guardia contro l'onnipotenza della tecnologia, immaginando che soppianti l'uomo: "La Macchina procede, ma non secondo la nostra meta, e se potesse operare senza di noi, ci lascerebbe morire".

Colpiscono due intuizioni: la macchina non serve solo per la produzione, tende a trasformarsi nell'ambiente tout court e a diventare medium totale (è il caso della rete). Inoltre, si affronta l'esauribilità dell'energia. L'opera è una doppia distopia: da un lato il mondo della tecnica si paga al prezzo dello spossamento (anticipando il dominio soft di Huxley), dall'altro è atteso alla catastrofe.

Il tema procede nel Novecento. Il boemo Capek porta la distopia tecnologica nel teatro in R.U.R. (Rossum's universal robots, 1921), inventando il termine robot, dal ceco robota, sfacchinata. Da un lato contiene l'utopia della liberazione dal lavoro; dall'altro rappresenta l'aspirazione del capitale a disporre di un operaio ubbidiente e instancabile. Dal canto loro, i robot si ribellano e affermano la loro superiorità fino al massacro: ancora una volta, vi è l'incubo di una rivolta della forza operaia.

La distopia come critica del progresso si incrocia con gli incubi totalitari. Player piano (una pianola meccanica che si suona da sola, 1952) di Vonnegut descrive gli USA postbellici, in cui la carenza di manodopera ha portato a una completa automazione della produzione industriale. Paul Proteus, rampollo di uno dei fondatori, sceglie di diventare un leader della società segreta che alimenta la rivolta. Con gli anni, il mito del progresso infinito si trasforma sempre più in quello della crisi infinita.

Tratto da "SCRITTURE DELLA CATASTROFE" DI MUZZIOLI di Domenico Valenza
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