Alessandro Manzoni – Il Natale:

Questa pagina è tratta da: Storia della lingua italiana (riassunto) di Gherardo Fabretti.

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Alessandro Manzoni – Il Natale


Gli Inni Sacri manzoniani rappresentano un'eccezione straordinaria nella storia della poesia italiana: si potrebbe dire che sono “immeritati” dalla nostra tradizione. Del tutto estranei a Petrarca  e al petrarchismo, poggiano invece sul robusto tronco dantesco e su altre fonti generalmente piuttosto estranee alla nostra lirica, Sacre Scritture e poesia liturgica latina, nonché, novità manzoniana, i grandi moralisti cristiani di Francia: miscela inedita, e va detto subito che parte di questo retroterra, oltre alla stessa altezza dei contenuti, sta alla base dei latinismi di specie spesso rara che Manzoni introduce: vertice 1, mole 9, imo 18, mira 64.
Certamente Manzoni sente l'assillo dell'inadeguatezza di poesia e stile poetico alla sublimità senza tempo dei suoi assunti, ma in luogo di svolgerla costeggiando come tanti altri poeti religiosi il tema dell'ineffabilità, la risolve in un'estrema densità e concisione espressiva che porta inevitabilmente con sé una quota molto alta di non detto o piuttosto di alluso. Manzoni è stato forse il lirico più potentemente sintetico della nostra letteratura; lo provano anche i commenti, così spesso costretti a parafrasi molto diffuse, come qui sono necessarie moltissime note.
Il Natale è costituito da settenari a strofe accoppiate; appaiono indici di compressione stilistica, nella sintassi media e breve, quanto meno i seguenti.
- L'addossamento di una frase all'altra per asindeto, senza congiunzione.
- I parallelismi stretti, generalmente per anafora (22 – 23, 29 – 30, 41 – 42, 46 – 47)
- La subordinazione così spesso implicita, participiale e gerundiale (3 – 4, 6, 69, 78 – 79, 87); a loro volta le subordinate esplicite, per lo più relative, sono in genere veicolate da nessi brevissimi come che, se, onde
- L'uso sintetico del participio: i nati a l'odio 22, questa creata argilla 51, vaticinato ostello 58.
- L'aggettivazione mai esornativa, ma sempre, si può dire, definitoria, e come tale messa anche in rilievo dalle inarcature: immobile / Giace 8 – 9; una ineffabile / Ira 17 – 18; in poveri / Panni 64 – 65; per l'ampia / Notte 78 -79; da una parte sua un segno evidente di antipetrarchismo è l'assoluta assenza, non solo in questo inno, di coppie aggettivali; e dunque scheggiato calle 5, lenta mole 9, consiglio ascoso 54.
- Gli spostamenti sempre per ricerca di sintesi delle categorie grammaticali: imo 18 da aggettivo a sostantivo, come anche celesti 80 e Celeste 106; lento con valore avverbiale 88.
- L'implicitazione dei rapporti sintattici in o Tu cui genera / L'Eterno eterno seco 43 – 44; La gloria d'Israello 60; il re del Ciel 98. Si colloca un po' sullo stesso piano la compresenza di un dettato martellante e affermativo e il giro avvolgente degli enjambements, favoriti  dal verso medio: quasi a comporre severità e dolcezza della Fede.
Sembra pure contrapporsi alla generale compressione l'amplissima arcata delle prime tre strofe, che hanno un valore quasi proemiale o d'antefatto. Ampliando uno schema comparativo che si ritrova in altri passi degli Inni, Manzoni avvia un comparante che trova il suo comparato solo due strofe più sotto, scendendo dall'uno all'altro attraverso una serie di inarcature che impegnano come spesso con questi metri le chiuse sdrucciole e le rime ritmiche; nello stesso tempo però colloca una forte battuta d'arresto per mezzo dell'iconico sta (trarrà) che ritroveremo nell'identica posizione nella prima strofa del Cinque Maggio.
E si comprendere che in questa grandiosa analogia geologica i periodi siano altrettanto lunghi (7-2-5-7 versi) quanto in seguito tenderanno ad essere brevi, non di rado di un solo verso, 29, 30, 40 ecc. La solennità dell'inizio è il pedale della successiva concisione.

di Gherardo Fabretti