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Le patologie della società: Rappresentazione ed azione

Le patologie della società: Rappresentazione ed azione


Le patologie considerate sono riconducibili all’assenza di un Io forte e alla prevalenza di immagini di Sé non veritiere, cui corrisponde la prevalenza delle modalità di funzionamento del Sé a carattere affettivo e identificativo animate dalla logica magico-onnipotente.
Le patologie più frequenti sono anomia e deresponsabilizzazione, come nel famoso caso in cui in una strada di New York è stato possibile fare violenza ad una giovane donna che chiedeva aiuto senza che nessuno dei numerosi passanti intervenisse. Da studi condotti successivamente è risultato che ciascuno dei passanti riteneva che non fosse suo compito intervenire oppure riteneva che si trattasse della scena di un film.
L’anomia consiste nel fatto che in una società di massa, in cui per ognuno esistono dei ruoli specifici e in cui la responsabilità è ripartita per competenze, nessuno ritiene di essere chiamato esplicitamente in causa assumendosi una responsabilità diretta e personale.
Il fatto poi di ritenere che la scena di violenza facesse parte di un film, indica l’elevato grado di confusione fra realtà e fantasia e come questo influisca sulle nostre azioni quotidiane.
Questa situazione estrema deriva da un alterato rapporto fra sfera della rappresentazione e sfera dell’azione, in cui è l’interpretazione dell’esperienza che è fuorviata: allo stimolo proveniente dall’ambiente si applica un filtro, che opera attraverso la rappresentazione di ciò che dovrebbe essere considerando la ripartizione delle responsabilità nella società (per cui le persone non si sentono chiamate ad intervenire personalmente) e attraverso l’interpretazione dei fatti in relazione ad una possibile falsificazione, possibile in una società dei media e della produzione cinematografica (per cui si pensa che la scena non sia vera e sia invece un film). In questo modo si blocca la reazione spontanea ed individuale.
Questo meccanismo è evidente anche nel fenomeno della desemantizzazione, che si attua con la ripetizione: scene di violenza, di povertà, di malattia se ripetute infinite volte attraverso la messa in scena sui mass media, perdono il loro significato perché inducono abitudine. Anche in questo caso si blocca l’azione individuale.
Il fatto poi di parlare “troppo” di un problema fa sorgere in noi il pensiero che visto che se ne parla così tanto, allora questo significa che altri si stanno già occupando del problema e quindi noi possiamo fare a meno di intervenire.
Tutti questi fenomeni testimoniano il disequilibrio fra Io e Sé: l’uso esasperato della rappresentazione e dell’identificazione genera una patologia che offre all’atteggiamento onnipotente e magico l’opportunità di sottrarsi al principio della realtà. Si producono personalità fragili .
Un altro punto che può generare patologia riguarda la crisi di credibilità dei media, che porta a reazioni paradossali, come se non potessimo fidarci dei nostri sensi. La diffidenza verso i principali canali di informazione ufficiali porta ad una regressione che dà fiducia ai passaparola personali, al pettegolezzo ed ai canali non controllabili, che vengono percepiti più affidabili perché disinteressati.
La difficoltà di credibilità nei confronti dei media rinvia ad una più generale difficoltà. Gli individui hanno la necessità di avere delle convenzioni e dei ruoli socialmente stabiliti a cui è possibile rifarsi per facilitare il rapporto sociale e per rendere prevedibile il comportamento reciproco. L’esercizio del sospetto ha portato al rifiuto della maschera delle convenzioni, attribuendo valore positivo all’anticonvenzionalismo. Eppure mai come prima prendono piede le mode, la persuasione pubblicitaria, la massificazione nel comportamento di consumo e negli stili di vita. Ne risulta che non basta asserire di non volere le mode, le convenzioni e le maschere perché queste effettivamente vengano meno. Il risultato è una ulteriore distonia tra il livello della rappresentazione sociale e il livello della realtà sociale.

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