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L'indagine filosofica di Thomas Hobbes


Thomas Hobbes nacque a Westport nel 1588 e studiò a Oxford, ma la sua formazione fu dovuta soprattutto ai frequenti contatti con l’ambiente culturale europeo. La sua opera principale è il Leviatano, ossia la materia, la forma e il potere di uno stato ecclesiastico e civile, pubblicato nel 1651. Nella trilogia costituita da Il cittadino, Il corpo, L’uomo, espose il suo sistema nelle sue parti.
Secondo Hobbes, a differenza degli animali, l’uomo può progettare la sua condotta e i mezzi per raggiungere i suoi fini. E può far questo perché possiede il linguaggio che consiste nell’uso di segni arbitrari e convenzionali. Per questa sua funzione, il linguaggio rende possibile il ragionamento che è sempre un calcolo, cioè addizione o sottrazione di concetti.
Per Hobbes il sapere consiste nel conoscere le cause dei fenomeni e si articola in dimostrazioni a priori di tipo deduttivo (che procedono dalle cause agli effetti, matematica, etica e politica) e induttivo (che procedono dagli effetti alle cause, le scienze naturali). Le prime riguardano oggetti prodotti dall’uomo, di cui si conoscono le cause generatrici e pervengono a conclusioni necessarie. Le seconde riguardano oggetti non prodotti dall’uomo, di cui non si conoscono le cause, e pervengono a conclusioni probabili.

Poiché i soli oggetti generabili, che in quanto tali hanno una causa conoscibile della loro genesi sono i corpi, gli oggetti estesi o materiali sono i soli oggetti possibili della ragione. In ciò consiste dunque il materialismo di Hobbes. Poiché solo i corpi esistono e ci possono essere corpi naturali e artificiali, ci sarà una filosofia naturale che ha per oggetto i primi e una filosofia civile che ha per oggetto i secondi, cioè le società umane. Per Hobbes esiste inoltre una filosofia prima che deve chiarire gli attributi dei corpi come lo spazio, il tempo, nonché i concetti di causa, effetto, ecc.
Le valutazioni morali (bene o male) sono invece soggettive, cioè relative all’individuo singolo e alle situazioni in cui si trova. Non c’è nulla che sia assolutamente buono o cattivo e non c’è una norma che distingua il bene dal male. Non si può parlare di un sommo bene o di un fine ultimo presente nella vita dell’altro; l’uomo che lo avrebbe raggiunto non desidererebbe più nulla e non vivrebbe.
La vita, dice Hobbes, è un movimento incessante. Non c’è posto per la libertà, intesa come l’assenza di tutti gli impedimenti all’azione. Questa definizione riduce la libertà alla libertà di azione, ma nega la libertà del volere.

Il geometrismo politico è il procedimento della filosofia di Hobbes, che parte da taluni postulati o assiomi intorno alla natura umana per poi dedurre da essi il sistema delle conoscenze politiche. Per Hobbes tali postulati sono due: 1) la bramosia naturale per la quale ognuno pretende di godere da solo dei beni comuni; 2) la ragione naturale per la quale ognuno rifugge dalla morte violenta.

Il primo postulato esclude che l’uomo sia per natura un animale politico e nega l’esistenza di un amore naturale dell’uomo verso il suo simile. Per Hobbes l’origine delle più grandi società non è la benevolenza ma il timore reciproco, dovuto al desiderio dell’uso esclusivo dei beni comuni.
Lo stato di natura è così uno stato di guerra incessante di tutti contro tutti, in cui non c’è nulla di giusto. Ognuno ha diritto su tutto ed è un lupo per l’altro uomo. Tale diritto è un istinto naturale insopprimibile giacchè ciascuno è portato a desiderare ciò che per lui è bene e a fuggire ciò che per lui è male e soprattutto a fuggire la morte, il peggiore dei mali.
L’uomo può evitare la guerra totale attraverso la ragione, che suggerisce la legge naturale, una tecnica calcolatrice che prevede le circostanze future e opera le scelte più convenienti. I suoi precetti di base sono: la ricerca della pace, la rinuncia al diritto su tutto, lo stare ai patti.

L’atto che segna il passaggio dallo stato di natura allo stato civile è la stipulazione di un contratto con cui gli uomini rinunciano al diritto illimitato dello stato di natura e lo trasferiscono ad altri. Quando avviene, si ha lo Stato o società civile, detto anche persona civile perché, conglobando la volontà di tutti, si può considerare una sola persona. Colui che rappresenta questa persona è il sovrano, che garantisce il patto e riunisce in se stesso ogni forza o potere.
La teoria hobbesiana dello Stato è ritenuta tipica dell’assolutismo politico, che prevede: l’irreversibilità e unilateralità del patto, l’indivisibilità del potere sovrano, la legge civile come unica regola del bene e del male, l’obbedienza assoluta al sovrano, la negazione del tirannicidio, il conglobamento dell’autorità religiosa in quella statale. Il tratto più tipico è la non sottomissione dello Stato (il sovrano) alle leggi dello Stato.
Tutto ciò però non implica l’assenza di limiti all’azione dello Stato. Neppure lo Stato può comandare a un uomo di uccidersi. Inoltre, i sudditi sono liberi su quanto non prescritto dalle leggi.

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