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"Storie" di Tucidide Libro VIII: La campagna in Ionia e il colpo di stato ad Atene

"Storie" di Tucidide  Libro VIII: La campagna in Ionia e il colpo di stato ad Atene 

Il Libro VIII è un libro rimasto incompiuto, come evidenziato da una serie di particolari che lo rendono diverso dagli altri 7: 
− non ci sono discorsi, 
− non c’è un evento particolare che catalizza l’attenzione, ma, di fatto, è un libro di sola narrativa. 

Il Libro VIII può essere distinto in 2 parti: 
− capp. 1-44: la guerra nella Ionia e le defezioni 


Le defezioni riempiono i primi capitoli del Libro: gli Ateniesi si aspettano questo problema, rendendosi conto che certo le genti ostili di Grecia raddoppiavano gli sforzi di guerra, allestendo con le truppe di terra e di mare un’offensiva senza tregua, mentre al loro fianco si schieravano gli alleati d’Atene, svelti al tradimento (cap.1) ⇒ tutti si consegnano con entusiasmo agli Spartani (Eubea, Lesbo, Chio, Eritre), trascinando con sé tutti gli altri. Nulla, neppure un cambiamento di regime, li può trattenere. 
Ovviamente, le defezioni si ricollegano al tema centrale dell’imperialismo ateniese: le misure adottate per far loro fronte (in particolare nella Ionia) acquistano il carattere di una lotta per la sopravvivenza, per entrambe le parti, nella quale non c’è spazio né per ulteriori idee di conquista da parte di Atene, né per idee di liberazione da parte di Sparta (e in questo senso, l’alleanza con la Persia è molto significativa). 
La sopravvivenza è messa in discussione non solo da un nemico esterno ad Atene, ma anche da una cronica crisi interna, tipica di ogniqualvolta una guerra dura così tanto e tipica anche di quei regimi che non possono più contare sulla leadership: come già notato, infatti, dalla morte di Pericle una costante crisi di leadership caratterizza la vita politica ateniese, fino al colpo di Stato e la mancanza di coesione interna che porterà la città alla rovina (Libro II, cap.65). 
Il libro si apre con le reazioni ad Atene alla notizia della disfatta in Sicilia (cap.1): 
− incredulità 
− rabbia 
− dolore 
− paura, 

che segnano l’inizio della crisi della democrazia, perché si delinea un ristretto corpo di magistrati che cerca di manovrare l’Assemblea. 
La disfatta ateniese in Sicilia comporta, ovviamente, reazioni anche nelle altre città (cap.2): 
− i neutrali si convincevano che anche senza attendere un appello diretto non era più tempo di conservarsi neutrali; 
− gli alleati spartani raddoppiavano i loro sforzi, convinti che il personale intervento avrebbe fruttato la gloria; 
− gli alleati ateniesi erano risoluti a staccarsi, senza badare se all’atto fossero sufficienti le proprie forze; 
− Sparta meditava di riaprire le ostilità senza mezze misure, stimando che una lieta conclusione della guerra l’avrebbe sollevata da incubi così sinistri, quale la minacciosa rete che gli Ateniesi le avrebbero tramato attorno, se fosse loro riuscita la conquista delle risorse siciliane (cap.2) ⇒ Sparta rivela la falsità della sua pretesa di liberare la Grecia, dato che atterrando la potenza nemica, si riprometteva d’instaurare senza rischi la propria egemonia sul mondo greco. 

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Agide, il re spartano, non attese neppure che spirasse quell’inverno per staccarsi dalla fortezza di Decelea con un contingente di truppe e raccogliere, visitando in giro i centri alleati, i contributi in denaro per il potenziamento della marina (cap.3). Nel frattempo, già a partire dal cap.5, iniziano a susseguirsi le defezioni in Eubea (dove ci si organizzava sulla propria rivolta contro Atene), i Lesbi (risoluti anch’essi alla defezione), Chio e Eritre (bramosi essi pure di scuotere il giogo ateniese). 
Qua entra in gioco anche la Persia, impersonata da 2 satrapi (= governatori del re), in particolare Tissaferne, colui che a nome del re Dario… esercitava il potere sui distretti persiani della costa (cap.5). Ovviamente, Tissaferne è contro gli Ateniesi per motivi storici, ma, in particolare, 
− Tormentando Atene, sperava di percepire i propri tributi con maggior comodo e regolarità. 
− In aggiunta, avrebbe procurato al suo sovrano l’alleanza di Sparta 
− oltre a potergli assicurare, in obbedienza a un comando personalmente impartito dal re, Amorge figlio illegittimo di Pissutne, che in Caria fomentava la rivolta: vivo o morto. 

In seguito, Sparta iscrisse subito nella sua lega i Chii e i cittadini di Eritre (cap.6). 
NB: Chio è una grande potenza navale ⇒ è proprio quello che gli Spartani stanno cercando. 
Segue, al cap.8, la delineazione del piano di guerra, in base al quale 
− obiettivo primario restava Chio, dove raccogliere la flotta; 
− di là puntare su Lesbo; 
− più tardi, a conclusione della campagna, passare nell’Ellesponto, a nord, il canale da cui arrivano gli approvvigionamenti di grano ad Atene ⇒ tagliando tale collegamento si conta di infliggere un duro colpo alla città nemica. 

Tuttavia, la flotta peloponnesiaca viene intercettata da quella ateniese ⇒ l’entusiasmo per l’impresa cadde subito, poiché proprio all’apertura delle operazioni belliche in Ionia s’era subito un disastro cos’ avvilente (cap.11). A rincuorare gli Spartani ci pensa Alcibiade, che s’impegnò una seconda volta per convincere Endio e gli altri efori a non perder tempo con la spedizione (cap.12). 
Nel frattempo, continuano i complotti delle varie città, finché Chio, seguita da Eritre, si ribellò agli Ateniesi (cap.14); in seguito, fecero ribellare Mileto (cap.17). 
Intanto, si stipulò la prima alleanza tra il re e Sparta, con Tissaferne e Calcideo intermediari (cap.17), primo dei 3 patti di alleanza stipulati, ed ulteriore prova dell’incompiutezza del Libro VIII, perché è irrealistico pensare che i pochi mesi si susseguano ben 3 trattati. Probabilmente, secondo alcuni storici, questi sono materiali che Tucidide aveva raccolto per una stesura definitiva, e in seguito assimilati al testo. Si pensa che il trattato definitivo sia l’ultimo, le cui clausole vengono riportate al cap.58. 
Alla defezione di Chio, gli Ateniesi reagirono immediatamente, dato che intensificavano ai danni di Chio l’attività bellica navale (cap.24). 
Tucidide fa anche un giudizio (cap.24, uno dei pochi giudizi del Libro VIII) sulla saggezza della decisione di questi alleati, dato che si accinsero a ribellarsi solo quando poterono contare, per condividere il pericolo, su molte e valorose schiere di alleati, e solo dopo aver appreso come gli Ateniesi stessi ormai non smentissero che il disastro patito in Sicilia aveva coinvolto in una rovina irrimediabile le basi della propria potenza ⇒ secondo Tucidide, è il momento buono per defezionare, perché ci sono tanti alleati disponibili per fare fronte comune, e Atene è in uno stato di debolezza, riconosciuto persino dalla città stessa. 
Rimasero invischiati, certo, essi pure nell’imponderabile che aleggia sulla vita umana: ma spartirono con molti, anch’essi persuasi dell’identica realtà illusoria, il diffuso errore che prevedeva per Atene un rapido e profondo declino ⇒ anche dopo la disastrosa sconfitta in Sicilia, Atene ha ancora molte carte da giocare (e infatti, la sconfitta in Sicilia non è annoverata tra le cause della sconfitta finale di Atene), ha ancora mezzi per reagire e continuare la guerra per altri anni. 
Chio e gli altri hanno calcolato bene la loro mossa, ma sono rimasti invischiati nell’imponderabile che aleggia sulla vita umana: si dice che il pensiero di Tucidide è un pensiero razionalista e, in effetti, tutte le spiegazioni che offre sulla vicenda sono tutte fortemente razionali, spesso basate su un calcolo di risorse materiali (decisioni sagge + mezzi a disposizione). Eppure questo non basta a garantire il successo, perché per quanto possa essere pensata bene, ogni decisione umana deve fare i conti con l’imponderabile, l’imprevisto che può mandare in fumo anche un piano perfetto (un po’ quello che succede al Valentino di Machiavelli – nel più alto corso delle azioni sua, è stato dalla fortuna reprobato, Principe, XXVI – per il quale l’autore ha parole di elogio, ma che fallisce a causa della morte improvvisa del padre). Questo, ovviamente, non giustifica l’inazione, ma bisogna prendere tutte le misure possibili (sia Tucidide sia Machiavelli sono uomini d’azione, che vogliono agire attivamente sulle decisioni della propria città) ⇒ si tratta di riconoscere che, nelle vicende umane, i migliori piani possono fallire per questi aspetti imprevedibili. 
Seguono le vicende legate alla guerra in Ionia: Tucidide delinea un quadro di continui ribaltamenti di fronte e di riallineamenti a livello locale (sorgono fazioni all’interno delle città filo-ateniesi o filo-spartane). 

Samo è l’isola in cui è situato il quartier generale ateniese, mentre Mileto è quello della lega del Peloponneso. 
− capp. 45-109: i problemi interni di Atene (colpo di Stato, contro-colpo di Stato) 

Alcibiade decide di fuggire anche da Sparta, perché aveva svegliato nei Peloponnesi la diffidenza ⇒ si trasferì subito presso Tissaferne (cap.45), al quale dà 2 consigli, decisamente molto astuti e validi: 
1. gli ispirò di tagliare il soldo all’armata dei Peloponnesi (cap.45) 
2. gli suggerì una politica di divide et impera = è interesse per i Persiani che le 2 parti in guerra si indeboliscano il più possibile a vicenda: rinnovava a Tissaferne il consiglio di non mostrare eccessiva premura per uno scioglimento affrettato della guerra; che non gli venisse il desiderio, …, di concedere a un’unica potenza la supremazia terrestre e marittima. Per necessità politica i due Stati dovevano esercitare ciascuno il suo potere: al Re sarebbe toccato, quando voleva, d’istigare gli uni contro gli altri, se questi procuravano fastidi al suo trono ⇒ risultava assai più economica questa politica: … lasciare che i Greci si sbranassero tra loro per soverchiarsi (cap.46). 

Se proprio i Persiani volevano schierarsi da una parte, Alcibiade illustrava per lui la convenienza di spartire il dominio piuttosto con gli Ateniesi: le loro ambizioni sui possessi continentali erano meno forti e opportunissime per la sua politica la loro ideologia strategica e la conduzione pratica delle imprese militari. 

Perché Alcibiade dà ai Persiani questi suggerimenti? 

Da un lato, perché erano suggerimenti che egli considerava ottimi; dall’altro, perché preparava il terreno per il suo rientro in patria. In particolare, il suo piano per tornare in patria consisteva nel fatto che poiché costui presentava come sicura l’amicizia, prima di Tissaferne, poi dello stesso re, a patto che rinunciassero al regime democratico (per rassicurare meglio il re), gli elementi più facoltosi, sulle cui spalle grava di solito il carico più pesante, concepivano belle speranze di volgere a proprio profitto la direzione politica e di sbarazzarsi degli avversari (cap.48) ⇒ Alcibiade garantisce ad Atene l’amicizia dei Persiani (⇒ un alleato in meno per Sparta, un alleato in più per Atene, e che alleato) a patto di cambiare regime politico, perché i Persiani saranno decisamente più disposti a trattare con un’oligarchia piuttosto che con una democrazia. 
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L’obiettivo di Alcibiade era di gettare semi di discordia tra gli Ateniesi, minare le basi della democrazia, instaurare un regime oligarchico che, grazie a lui, avrebbe avuto il sostegno dei Persiani. 
Alcuni Ateniesi sono in effetti disposti ad accogliere e ad attuare il piano di Alcibiade, ma ci sono anche voci contrarie. In particolare, Frinico: egli è un oligarca, ma non si fa illusioni sul richiamo di Alcibiade (divenendone così il nemico n°1), avanzando i seguenti dubbi: 
− i dirigenti ateniesi dovevano anzitutto preoccuparsi di prevenire gli urti interni tra le classi; 
− non risultava poi così conveniente al re… crearsi noie legandosi a filo doppio con gli Ateniesi; 
− e venendo alle città alleate… si sarebbe loro promesso una costituzione oligarchica, senza dubbio… Ma egli sosteneva di presagire con chiarezza che questo non era un motivo sufficiente per far tornare docili le città in rivolta… non avrebbero scelto di sicuro la schiavitù ai piedi di un governo oligarchico o democratico – non faceva differenza – in cambio di una libera vita (cap.48) ⇒ con molta chiarezza, Frinico dice alle città alleate non importa il regime di Atene, ma importa soprattutto essere libere (la questione del tipo di regime è del tutto secondaria). 

Ad ogni modo, prepararono un’ambasceria da mandare ad Atene… per discutere il rimpatrio di Alcibiade (cap.49). La delegazione ateniese guidata da Pisandro… giunse ad Atene e si presentò all’assemblea per riferire (cap.53). 
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Il popolo, a quel primo ventilare d’un progetto di costituzione oligarchica, tese le orecchie e s’inalberò: ma quando Pisandro confermò con chiari argomenti che non esisteva prospettiva diversa, …, s’addolcì ⇒ l’assemblea popolare decretò che Pisandro, alla testa di una commissione formata da dieci concittadini, s’imbarcasse per trattare con Tissaferne ed Alcibiade (cap.54). 
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L’Assemblea accetta un cambiamento di costituzione 
− per timore 
− per la speranza di un rinnovamento futuro del regime (= per adesso si istituiva l’oligarchia, ma si sarebbe sempre potuto tornare alla democrazia, quando l’emergenza sarebbe passata). 

Tuttavia, Alcibiade ha fatto intendere agli Ateniesi di avere un rapporto molto stretto con Tissaferne, ma in realtà quest’ultimo non vuole per niente stringere un’alleanza con gli Ateniesi (⇒ Alcibiade deve escogitare uno stratagemma, per non perdere di credibilità davanti agli Ateniesi), perché in questo momento teme di più gli Spartani ⇒ sarebbe più disposto a fare un’alleanza con gli Spartani, perché così facendo potrebbe controllarli di più (cap.56, io credo che neppure Tissaferne covasse personalmente altro proposito da questo, infusogli da timore per la minaccia dei Peloponnesi). 
Si giunge così al terzo trattato (forse l’unico vero) tra Tissaferne e gli Spartani, in base ai seguenti punti: 
− il territorio del re, situato in Asia, è possesso… del re (cap.58): in base alla prima stesura del patto, invece, si stabiliva che tutte le regioni e le città possedute dal re per successione ereditaria, restino possesso del re (cap.18): probabilmente questa modifica rappresenta una concessione agli Spartani, perché non rovinino del tutto il loro ruolo di liberatori della Grecia; 
− si stringe un patto di non aggressione reciproca: gli Spartani e i loro alleati non invadano i paesi del re con propositi aggressivi, né il re potrà similmente danneggiare la regione di Sparta o dei suoi alleati; 
− si stringe un patto di mutua difesa: se qualcuno dai territori degli Spartani o degli alleati marcerà in armi contro i territori del re, gli Spartani o gli alleati cerchino di impedirlo; e viceversa; 
− Tissaferne verserà la paga per le navi attualmente in servizio fino a che entrerà in azione la flotta del re ⇒ Tissaferne finanzierà lo sforzo navale dei peloponnesi finché non arriverà la flotta del re (flotta che arriverà verso la fine, nel 408 a.C., ma non è narrato nelle Storie); NB: questo denaro non è un regalo, ma è un prestito, dato che alla cessazione delle ostilità Sparta con i suoi alleati restituiranno a Tissaferne una somma pari a quella ricevuta; 
− si afferma l’impegno all’azione congiunta (sosterranno con concorde sforzo la guerra); 
− il divieto di pace separata con Atene: se ci si risolverà a cessare la lotta con Atene la decisione sia unanime. 

Verso quest’epoca, e anche prima, la costituzione democratica d’Atene era stata abolita (cap.63) ⇒ malgrado il piano di Alcibiade non potesse essere attuato, dato che non era possibile stipulare un’alleanza con la Persia, si decide comunque di proseguire con il colpo di Stato oligarchico, perché i congiurati sono ormai troppo implicati: si proposero di non tenere in conto Alcibiade, in seguito al suo rifiuto di cooperare…; di escogitare piuttosto da sé, trovandosi ormai a mezzo di quell’impresa rischiosa, gli espedienti per proteggere la posizione del partito da eventuali passi falsi; di protrarre con energia la guerra (cap.63). 

Tratto da TEORIA DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI di Elisa Bertacin
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