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Il contenzioso idrico israelo-palestinese

Ogni giorno i giornali e la televisione ci mostrano le immagini del conflitto israelo-palestinese. Tuttavia, i resoconti difficilmente menzionano l’importanza che le risorse idriche rivestono nello scontro tra Israele e la popolazione palestinese che vive sotto occupazione, nonostante sia proprio l’acqua uno dei 5 principali ostacoli al raggiungimento della pace, insieme a:
1. statuto di Gerusalemme
2. ritorno dei rifugiati palestinesi
3. problema delle colonie ebraiche
4. creazione di una futura entità palestinese.

Gli abitanti di Israele e dei territori palestinesi condividono le più importanti fonti di acqua potabile:
la principale risorsa è il fiume Giordano che, rispetto agli altri fiumi del Medio Oriente, è, sia per lunghezza che per portata, piuttosto modesto;
i suoi maggiori affluenti sono l’Hasbani (le cui sorgenti nascono in Libano), il Dan (le cui sorgenti hanno origine all’interno dei confini israeliani), il Baniyas (le cui acque provengono dalle Alture del Golan, un territorio precedentemente sotto il controllo siriano e occupato da Israele durante la guerra del 1967). A sud del lago di Galilea, il Giordano riceve come affluente il fiume Yarmuk che segna il confine tra Siria e Giordania e continua a scorrere a sud verso il mar Morto.
Israele usa il lago di Galilea come bacino di stoccaggio da cui preleva acqua potabile con il suo Nacional Water Carrier (= una rete di canali e condotte che rifornisce di acqua le popolate pianure costiere e le fattorie nel deserto del Negev).
Le altre fonti idriche utilizzabili sono costituite dai bacini idrici sotterranei = risorse idriche rinnovabili che si alimentano con il ciclo annuale delle piogge invernali e immagazzinano grandi quantitativi di acqua, che emerge in superficie sotto forma di sorgente o viene prelevata tramite lo scavo di pozzi, situati sotto le regioni della Giudea e della Samaria e nella falda sotterranea costiera. A questi, bisogna aggiungere un bacino fossile, situato 800-1000 m sotto il deserto del Negev. La pressione umana può mettere in pericolo questa risorsa; lo sfruttamento eccessivo può provocare danni irreversibili alla struttura geologica e le falde acquifere possono perdere la loro capacità di immagazzinare l’acqua.

Dopo la guerra del 1967 e l’occupazione della Cisgiordania e della striscia di Gaza, il comando militare israeliano è diventato responsabile dell’amministrazione di questi territori è stato imposto un nuovo regime delle acque e le risorse idriche sono state sottoposte alla legislazione israeliana.
I responsabili militari dell’area a cui è stata affidata l’amministrazione civile sono responsabili della concessione di licenze per lo sfruttamento degli impianti idrici nuovi e di quelli già esistenti. Ai pozzi palestinesi sono stati installati dei contatori dell’acqua, al fine di limitarne lo sfruttamento.

L’esito di questa politica è che il crescente fabbisogno idrico palestinese è stato sistematicamente ignorato e le licenze necessarie quasi sempre negate;
l’uso negli insediamenti israeliani di impianti idrici più potenti e di pozzi più profondi ha fatto prosciugare i pozzi palestinesi più antichi, molti dei quali sono attualmente fuori uso;
la maggioranza degli abitanti dei villaggi palestinesi non è collegata alla rete idrica;
l’attuale intifadah ha aggravato la situazione, in quanto l’assedio israeliano rende più difficile il collegamento tra le città e i villaggi palestinesi, cosa che ha fatto lievitare il prezzo dell’acqua a livelli insostenibili.
La politica idrica israeliana nei territori occupati è contestata non solo dai palestinesi, ma anche dalla comunità internazionale. In passato, l’Assemblea Generale dell’Onu ha più volte confermato il diritto dei palestinesi ad appellarsi al principio della sovranità permanente sulle risorse nazionali che si applica alle popolazioni soggette ad occupazione.
In risposta alle varie accuse, la Corte Suprema israeliana ha decretato che il diritto internazionale non sarà applicabile alla politica israeliana nei territori occupati fino a quando il parlamento israeliano non recepirà queste norme nel proprio ordinamento.

Il conflitto per l’acqua israelo-palestinese appare evidente se si mettono a confronto i dati relativi al consumo idrico israeliano e quello palestinese:
l’acqua è una risorsa importante per l’agricoltura israeliana e l’80% delle risorse idriche disponibili sono destinate al settore agricolo. Questo è un dato interessante se si considera la limitata importanza dell’agricoltura dal punto di vista economico: il settore contribuisce, infatti, appena al 2% del PIL israeliano, a fronte di un contributo del settore domestico, industriale e dei servizi pari al 98%.
Alcuni problemi stanno però emergendo, in quanto un tasso di natalità sempre più elevato e il continuo flusso migratorio determinano una crescita della popolazione e, di conseguenza, un incremento della domanda di acqua per uso domestico. Israele ha circa 6.280.000 abitanti, dei quali 390.000 sono i “coloni”; inoltre, questi sono così distribuiti: 187.000 in Cisgiordania, 177.000 a Gerusalemme est, 20.000 nelle alture del Golan, 8.000 (prima del ritiro) nella striscia di Gaza. Anche lo sviluppo economico amplifica la domanda di acqua ed il governo israeliano prevede che nel 2020 avrà bisogno di un aumento della disponibilità idrica del 60% per far fronte ai bisogni della popolazione.
Al tempo stesso, Israele rispetta la volontà dei padri fondatori sionisti di “far fiorire il deserto”, il che implica la destinazione di una quantità di acqua sufficiente all’agricoltura, senza tuttavia penalizzare lo sviluppo del settore industriale e dei servizi
i palestinesi sono in una posizione meno favorevole: al pari di Israele, anche la società palestinese affronta il problema rappresentato dalla domanda crescente di acqua potabile, legata all’espansione demografica e allo sviluppo economico. La striscia di Gaza vede, in particolare, un’alta densità demografica, visto che circa 1.400.000 persone sono dislocate su un territorio di 362 km2; i palestinesi in Cisgiordania, invece, sono circa 2.390.000. L’economia palestinese è basata principalmente sull’agricoltura irrigua, ma 50 anni circa di diaspora e 35 di occupazione israeliana della Cisgiordania e della Striscia di Gaza hanno lasciato i loro segni  il risultato è che le famiglie palestinesi sono lontane dai livelli di sicurezza idrica fissati dalle organizzazioni internazionali.

Le risorse della falda acquifera di montagna che si trova al di sotto della Cisgiordania hanno attualmente buone probabilità di essere contaminate a causa dell’inquinamento o dell’intrusione di acqua salina, con il rischio di un loro deterioramento irreversibile. Lo stesso fenomeno interessa il sistema acquifero situato al di sotto della striscia di Gaza (l’unica fonte di approvvigionamento per i palestinesi che vivono in quest’area): l’80% del suo potenziale idrico oramai non è più adatto al consumo umano.
Tuttavia, nonostante sin dal 1970 una serie di proiezioni pessimistiche esortassero ad adottare misure per evitare una catastrofe, non sono ancora emersi nuovi orientamenti nelle politiche idriche regionali.

Nel 2000, il Water Commissioner (= massima istituzione responsabile della gestione delle risorse idriche) ha presentato un documento di politica idrica a lungo termine:
il piano presenta una breve introduzione ai problemi attuali legati al deficit idrico e le preoccupazioni per il consumo futuro
l’obiettivo del piano è di garantire un costante approvvigionamento per il consumo, proteggendo al tempo stesso le risorse naturali
i presupposti di base del documento sono: il mantenimento dell’attuale livello di consumo pro-capite (domestico e pubblico); il mantenimento del livello di produzione agricola israeliana
nel piano, il governo israeliano indica chiaramente la sua preferenza per la dissalazione delle acque salmastre come soluzione per eliminare la pressione sulle risorse idriche naturali. Un’altra fonte importante sono le acque reflue sottoposte a trattamento che possono essere usate in agricoltura. In alternativa, una parte di queste risorse può essere restituita ai fiumi per impedirne il prosciugamento o evitarne l’inquinamento, in quanto può contribuire a mantenere la loro portata abbastanza forte da riversare le sostanze inquinanti in mare. Nel caso in cui i cambiamenti climatici o una serie di anni caratterizzati da deboli precipitazioni non permettessero di raggiungere il livello medio di precipitazioni e la disponibilità di risorse naturali continuasse a diminuire, il ritmo di realizzazione degli impianti di dissalazione dovrebbe aumentare, allo scopo di garantire una disponibilità idrica sicura.
Con questo piano, il governo israeliano, per la prima volta da più di 15 anni, ha reso esplicito il suo punto di vista sul ruolo che l’acqua deve rivestire nel processo di sviluppo di lungo periodo.
Un approccio integrato al sistema idrico è essenziale dal punto di vista dello sviluppo idrico sostenibile ed il piano di politica idrica a lungo termine è un esempio concreto dell’inizio di tale approccio. Tuttavia, il documento presenta alcuni limiti:
la sua attuazione rimane ad un livello molto generale
ripropone la tradizionale politica idrica israeliana, all’interno della quale l’agricoltura occupa una posizione rilevante
non prende in esame le varie alternative per ottenere una quantità aggiuntiva di acqua o le opportunità di risparmio idrico
non prevede un’analisi in termini di costi-benefici legati alla realizzazione delle proposte contenute nel piano → ciò rende difficile una valutazione della sua fattibilità pratica
si tratta di una decisione che il governo israeliano non può prendere da solo, in quanto la spartizione delle risorse idriche comuni (Giordano, falde acquifere occidentali e nord-orientali) tra Israele e la popolazione palestinese della Cisgiordania è soggetta ad un accordo di pace che deve ancora essere siglato
il piano non esamina in maniera approfondita le soluzioni necessarie a risolvere la crisi idrica a livello regionale.

Dall’inizio del processo di pace, nel 1993, non sono stati fatti grandi progressi verso una soluzione del conflitto per l’acqua o per allontanare le previsioni di scarsità.
Attualmente, i palestinesi possono gestire autonomamente la loro disponibilità idrica solo in quelle aree in cui l’amministrazione civile è passata all’autorità palestinese in seguito al ritiro dell’esercito israeliano.
Nel 1995, con il Trattato Oslo 2 (Interim Agreement) Israele riconosce ai palestinesi i diritti sull’acqua, ma ha chiarito che ciò non ha alcuna implicazione pratica nel settore.
Un comitato idrico congiunto controlla il rispetto degli impegni ed esamina una serie di questioni. In seguito all’assassinio di Rabin, il processo di pace si blocca.
Nell’attuale situazione non è ancora possibile prevedere quando si raggiungerà una soluzione finale al conflitto israelo-palestinese. Un approccio unilaterale da parte di Israele, della Siria e della Giordania, basato su un impiego migliore e più efficiente delle risorse esistenti, non è però sufficiente a garantire una soluzione sostenibile → una politica idrica sostenibile può essere raggiunta solo a livello regionale e deve coinvolgere gli altri stati del bacino del Giordano in un programma di cooperazione.
Un requisito fondamentale per raggiungere il successo è un’amministrazione comune delle risorse idriche esistenti; ovviamente, questo non può essere realizzato senza una pace a livello regionale.

Tratto da GEOGRAFIA POLITICA ED ECONOMICA di Elisa Bertacin
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