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Le indicazioni per la terapia elettroconvulsivante e le linee guida del comitato nazionale di bioetica


La sentenza della III Sezione Civile della Corte di Cassazione del 15/12/1972 ha definito la terapia elettroconvulsivante “una terapia medica come le altre”.
Da tutti gli autori viene considerata utile l’associazione tra ECT e neurolettici, soprattutto considerando l’azione favorevole da parte dell’ECT sulla permeabilità della barriera emato-encefalica agli psicofarmaci.
Circa la condotta di cura, si consiglia un numero totale di circa 8-10 applicazioni con cadenza inizialmente a giorni alterni, in seguito più distanziate nel tempo. Esistono numerose segnalazioni circa un possibile utilizzo dell’ECT anche al di fuori della fase acuta, nelle terapie di mantenimento, con applicazioni distanziate nel tempo (ogni 15-20 giorni).
L’ECT si è mostrato efficace anche sui sintomi negativi (soprattutto l’apatia).
Se si somministra la terapia correttamente, il rischio di tale forma di cura non sarà superiore a quello di un’anestesia generale di pochi minuti (rischio di mortalità: 0,03-0,05%).
L’ECT agisce su tutti i più importanti sistemi neurotrasmettitoriali (serotonina, noradrenalina, acetilcolina, GABA) svolgendo un’azione di tipo omeostatizzante. Ciò spiegherebbe l’ampio spettro d’azione dell’ECT che risulta attivo nella depressione come nella mania, nell’arresto psicomotorio, come nell’eccitamento psicomotorio.
Il punto di attacco principale dell’ECT sembra trovarsi a livello di quelle strutture anatomo-funzionali localizzabili nelle regioni diencefalo-ipotalamiche che presiedono alla regolazione della vita neurovegetativa e nelle manifestazioni timico-istintuali.
Sembra avere una valenza terapeutica anche l’amnesia indotta dall’ECT (una lacuna mnestica che riguarda i ricordi più recenti e meno consolidati, immediatamente precedenti e concomitanti alla cura).

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