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La teoria dell'equilibro

L’equilibrio è l’imperativo di prudenza più che il bene comune del sistema: se le guerre che hanno lo scopo di indebolire i forti sono frequenti, il sistema diventa sterile, costoso, detestato. Il rischio poi è tanto maggiore in quanto è difficile distinguere tra “indebolire i forti” e “umiliare i superbi”. 
− sistema bipolare = una configurazione del rapporto delle forze in cui la maggior parte delle unità politiche si raggruppa attorno a 2 di esse, le cui forze surclassano quelle delle altre. 
La distinzione tra configurazione pluripolare e configurazione bipolare si impone all’osservatore a causa delle conseguenze – le une logiche, le altre storiche – che derivano da queste 2 configurazioni. In generale, comunque, quale che sia la configurazione, vige la legge più generale dell’equilibrio = il fine degli attori principali è di non trovarsi alla mercè di un rivale. MA, dal momento che i 2 grandi hanno tutte le carte in mano e che i piccoli non possono controbilanciare neppure unendosi ad uno dei 2 grandi, il principio dell’equilibrio si applicherà alle relazioni tra le coalizioni che si sono formate attorno ai 2 Stati principali ⇒ l’obiettivo supremo di ciascuna delle 2 coalizioni è di impedire all’altra di venire in possesso di mezzi superiori ai propri. 
In un sistema di questo genere possiamo distinguere 3 tipi di attori, che agiscono secondo regole differenti: 
- i 2 capi delle coalizioni: devono badare simultaneamente a prevenire la crescita dell’altro grande o della sua coalizione e a mantenere la coerenza della propria coalizione. 
I 2 compiti sono collegati, dato che se un alleato cambia campo o passa dallo Stato di potenza impegnata a quello di potenza neutrale, il rapporto delle forze risulta modificato. 
Al livello più astratto, i mezzi di cui si serve il capo per ottenere la coerenza della coalizione che egli dirige appartengono a 2 categorie: 
• gli uni assicurano vantaggi agli alleati 
• gli altri fanno gravare la minaccia di sanzioni sui dissidenti o sui traditori. 
L’uso razionale di questi mezzi dipende da molte circostanze: 
o allo Stato che teme l’altra coalizione, il grande garantisce l’assistenza = la sicurezza 
o allo Stato che non ha nulla da temere, il grande offre vantaggi finanziari 
o il grande tenta infine di incutere timore allo Stato che non può né sedurre né convincere. 
Tucidide si è chiesto in che misura Atene fosse responsabile della disgregazione dell’alleanza che essa dirigeva e che non resistette alla sconfitta. La lega, composta teoricamente di polis che godevano di uguali diritti, era diventata una specie di impero diretto con mano pesante da un padrone che esigeva il pagamento dei tributi. Lo storico suggerisce che il più forte tende sempre ad abusare della propria forza. Ma, prescindendo da questo motivo di psicologia eterna, una lega di polis uguali avrebbe dovuto essere, secondo Aron, affatto pacifica e avere come unici obiettivi la sicurezza e la libertà dei suoi membri. Se Atene si incamminava sulla via dell’imperialismo, si condannava da sola alla brutalità. 
- gli Stati che sono obbligati a schierarsi per l’uno o per l’altro dei 2 capi e a giurargli fedeltà: anche queste unità politiche agiscono in funzione di 2 considerazioni: 
• l’interesse della coalizione è in parte anche il loro interesse, 
• ma l’interesse della coalizione non corrisponde esattamente al loro interesse. 
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I benefici di una vittoria comune non sono mai ripartiti equamente: il peso di uno Stato è funzione della forza che possiede nel momento in cui hanno luogo i negoziati, piuttosto che dei meriti che ha acquisito durante le ostilità. Quanto più questa configurazione è netta, tanto più i grandi prevalgono sui loro partners e le alleanze tendono a diventare permanenti ⇒ membro di un’alleanza permanente, opposta ad un’altra alleanza pure permanente, lo Stato secondario è direttamente interessato alla sicurezza o alla vittoria dell’insieme di cui fa parte e si rassegna più facilmente allo sviluppo dei suoi alleati-rivali. 
MA essendo il mondo quello che è, ogni unità politica cerca di piegare la politica dell’alleanza nel senso dei propri interessi o di riservare il massimo delle proprie forze alle imprese che la concernono direttamente. 
- gli Stati che possono e vogliono restare al di fuori del conflitto: essi si reclutano anzitutto tra le unità politiche esterne al sistema che il più delle volte non hanno nessun motivo di schierarsi per l’una o per l’altra delle 2 coalizioni e che possono anzi trarre profitto da una guerra generale capace di indebolire i 2 gruppi di belligeranti. Lo Stato esterno al sistema è indotto dal calcolo ad intervenire in 2 casi: 
• se presume che la vittoria di uno dei 2 campi gli apporterà vantaggi superiori al costo dell’aiuto necessario per assicurare tale vittoria; 
oppure 
• se teme la vittoria di uno dei 2 campi e la ritiene probabile se egli resta passivo. 
Forse l’intervento dei Persiani alla fine della guerra del Peloponneso rientra nel primo caso. 

Quanto alla scelta degli Stati situati all’interno del sistema – scegliere una coalizione o restare neutrali – essa dipende anzitutto dalla sicurezza che ciascuno può trarre dalla solitudine. La posizione geografica e le risorse proprie ad un piccolo Stato sono i 2 fattori decisivi. 

Tratto da TEORIA DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI di Elisa Bertacin
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