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Lo spettatore e l'illusione rappresentativa del cinema



Ci si può interessare allo spettatore di cinema in quanto costituisce un pubblico, il pubblico del cinema, o il pubblico di certi film; questo pubblico può essere analizzato in termini statistici, economici, sociologici, ma tale approccio è piuttosto un approccio agli spettatori del cinema. Invece, ciò di cui essenzialmente ci occuperemo è soprattutto la relazione dello spettatore al film in quanto esperienza individuale, psicologica, estetica, insomma soggettiva: ci interessiamo quindi al soggetto-spettatore, non allo spettatore statistico. Adesso dobbiamo rapidamente esporre le diverse problematiche e i diversi approcci cui la questione dello spettatore di film si è trovata storicamente associata.

LE CONDIZIONI DELL’ILLUSIONE RAPPRESENTATIVA
L’ultimo scorcio del XIX secolo, oltre al cinema, vedeva apparire una disciplina nuova, la psicologia sperimentale, fondata da Wundt, che ha assunto un’estensione considerevole; d’altronde la comparsa del cinema muto, e poi la sua evoluzione verso una forma d’arte autonoma e sempre più elaborata coincidono con lo sviluppo di importanti teorie della percezione, visuale per lo più.
È in rapporto alla più celebre di queste teorie, la Gestalttheorie, che bisogna collocare due ricercatori che, uno nel ’16, l’altro sul principio degli anni ’30, hanno esplorato il fenomeno dell’illusione rappresentativa nel cinema, e le condizioni psicologiche che quest’illusione presuppone allo spettatore:


Tratto da ESTETICA DEL FILM di Nicola Giuseppe Scelsi
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