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Scenari economici e politici italiani negli anni 90


La situazione finanziaria del paese stava peggiorando a causa dell'avvitamento del debito pubblico e per i crescenti oneri previdenziali dovuti soprattutto all'invecchiamento della popolazione, pur in un quadro generale di miglioramento della situazione economica. Il problema era cruciale per un complesso di motivi  che si intrecciavano a fattori economici e finanziari, di relazione con gli altri partner europei e di cambiamento politico interno (che in un primo momento investì in particolare il PCI come riflesso della crisi dell'URSS).

Con la firma del Trattato di Maastricht il 7 febbraio 1992, la questione del debito italiano diveniva cruciale dal momento che il paese accettava parametri rigorosi di governo della moneta e della finanza per accedere alla moneta unica. La convinzione della finanza internazionale che l'Italia non sarebbe mai riuscita a rispettare quei parametri e che, anzi, si trovasse sull'orlo della crisi finanziaria (con un debito del 120% del PIL), scatenò la speculazione al ribasso della lira. Il 17 settembre 1992 la lira fu costretta ad uscire dallo SME e quando vi rientrò, il 24 novembre 1996, aveva subito una svalutazione di circa il 30% e la finanza pubblica era passata attraverso una prima durissima fase di risanamento.
Per un'Italia che era entrata agli inizi degli anni '90 in una transizione politica difficile, rispettare quei nuovi vincoli internazionali diveniva vitale per garantire al paese prospettive nuove di risanamento e di sviluppo: le dinamiche economico-finanziarie si facevano ancora più stringenti in un quadro di tendenziale indebolimento dei sindacati confederali.

La crisi del PCI, che giunse fino al cambiamento del nome, alla nascita del Partito democratico della sinistra (PDS) col XX congresso (Rimini, gennaio-febbraio 1991) e alla scissione della minoranza guidata da Cossutta e Gravini (che diedero vita al PRC), aveva liquidato una formazione politica che attribuiva al partito la guida indiscussa del movimento operaio.

Per la CISL il cambiamento politico ebbe conseguenze più sfumate, dato che il sindacato fondato da Pastore si era mosso dal presupposto dell'autonomia. Tuttavia, nonostante il “collateralismo” verso la DC (sostenuto dalla Santa Sede) fosse stato messo in discussione e talora rigettato alle soglie dell'autunno caldo, la DC aveva continuato ad esercitare il ruolo di asse portante del sistema politico, di partito "di" e "del" governo per definizione, di partito "delle istituzioni". Proprio questo ruolo di partito-istituzione contribuì a conservare alla DC il ruolo di approdo o di mediazione per le carriere dei leader della CISL (vedi Pastore, Storti, Marini). Inoltre la presenza di una corrente della DC come "Forze nuove", che esplicitamente si richiamava alla componente sindacale, contribuì a rendere stabile questo legame.

Per la UIL valse la stessa logica di dipendenza, accentuata sia dai molteplici referenti di partito delle correnti interne sia dalla relativa esiguità delle forze organizzative di quel sindacato che a maggior ragione cercava nei partiti di riferimento (PSDI, PRI, PSI) non solo il sostegno esterno, ma anche l'appoggio per le carriere interne e per le necessarie alleanze.

Solo la distruzione o il drastico ridimensionamento o la grande trasformazione dei partiti in questione, aprirono agli inizi degli anni '90 nuovi spazi di autonomia e d'indipendenza dei sindacati confederali che, comunque, seppero passare attraverso la grande crisi del sistema politico italiano mantenendo una consistente forza relativa e una rappresentatività che i partiti avevano perduto. Ne è prova il fenomeno che vide diventare segretari di partito molti leader sindacali (Benvenuto e Del Turco nel PSI, Marini nel PPI, Bertinotti nel PRC).


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