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APPROFONDIMENTI

Tra religione e scienza questione di opportunità

11/09/2008

Tra religione e scienza questione di opportunitàUna risposta alquanto semplice e non banale
Penso di aver risolto un problema filosofico fondamentale: la contesa tra scienza e religione1 … Se non fosse che non credo vi siano problemi filosofici fondamentali da risolvere, bensì confronti di idee diverse che, se aperte alla dinamica della dialettica, non possono che rendersi utili a chi ne fa richiesta.
La domanda è: perché la scienza guadagna costantemente terreno sulla religione? La risposta è alquanto semplice e non banale: perché offre maggiori opportunità alle ambizioni e alle possibilità di affermazione dell’uomo. Una risposta che abbiamo avuto sempre sotto il naso e che consideriamo troppo scontata per essere così determinante. Da un lato e dall’altro, tra scienza e religione, ci si aggrappa rispettivamente alle proprie idee che si crede abbiano riscontro univoco.
Cercherò di seguito di chiarire le premesse da cui muovo il mio ragionamento; farò una lunga digressione strettamente filosofica, pur sempre chiara, che solo apparentemente può allontanarsi dal tema dell’articolo, tuttavia utile alla comprensione e alla giustificazione della mia proposta.

La mentalità metafisica

Ritengo che fino ad oggi, e non saprei indicare a partire da quando, noi occidentali abbiamo avuto una mentalità definita congiuntamente da Gianni Vattimo e Richard Rorty2 “mentalità metafisica”. Per “mentalità metafisica” s’intende quel modo di essere e di vedere il mondo che ci appartiene tuttora e che se non bene circoscritto e avulso da noi stessi non saremmo in grado di distinguere. In altri termini per comprenderlo e viverlo come “presa di coscienza” è necessaria una modificazione di noi, una “ridescrizione” di noi e della nostra visione del mondo. La mentalità metafisica prevede la tradizionale distinzione tra soggetto e oggetto, tra un soggetto che conosce e un oggetto che è conosciuto. La mentalità metafisica crede in una realtà che esiste al di fuori di chi la percepisce e la conosce, crede nell’esistenza delle cose per come sono conosciute e descritte a prescindere da chi le conosce e le descrive, che le cose per come descritte esistano “oggettivamente”, al di là dell’esistenza del soggetto che le descrive. Il computer con cui redigo questo articolo è tale, è quello che è, non perché sia io a descriverlo come tale, a denotarlo, a renderlo quello che è, ma resterebbe tale anche se io e tutti gli uomini sparissimo in questo istante dall’universo. Questo è quanto pensa la mentalità metafisica. E’ la mentalità del senso comune, perché radicata tradizionalmente e culturalmente, perché è la pasta di cui siamo fatti. Cambiare mentalità significa cambiare l’idea stessa di uomo e diventare, forse, ciò che Nietzsche soleva definire SuperUomo o OltreUomo, o in ogni caso qualsiasi altra cosa che non quella di adesso. Perché denominarla “mentalità metafisica”? Per metafisica, da Platone in poi, si intende la realtà delle essenze, la Realtà Assoluta, la vera realtà oltre le apparenze sensibili. Se le cose che percepiamo comunemente cambiano e si modificano, al di là di tutto esiste un fondamento ultimo incangiabile, incorruttibile, eterno e sempre identico a se stesso: sono le essenze delle cose, comunemente conosciute col termine “verità”. Noi possiamo nascere e morire ma le Essenze rimangono imperturbabilmente identiche a loro stesse. Essenza tra le essenze, senza la quale nulla sarebbe è l’Assoluto. Platone la individuò nell’Idea Assoluta del Bene, le religioni negli dei o in Dio. Anche se il concetto di metafisica come lo intendiamo oggi è riconducibile al suo primo teorizzatore occidentale, Platone, che demarca nettamente un mondo sensibile da uno soprasensibile, l’aldiqua dall’Aldilà, io estenderei storicamente a ritroso il concetto di “mentalità metafisica” intesa come attitudine dell’uomo alla ricerca di stabilità, di certezze che facciano da bussola d’orientamento. Come ho dichiarato qualche rigo più in su, non saprei indicare un momento specifico in cui si fa più forte questa esigenza nell’uomo, certamente è concomitante allo sviluppo della sua sensibilità ed intelligenza che lo rendono più vulnerabile all’incostanza della vita.
Comunque stiano le cose, a partire dall’esistenza delle certezze, fino ad assolutizzarle nelle essenze eterne, si è andato formando quello che alcuni studiosi tra psicologi e filosofi definiscono “pensiero oggettivante”, il pensiero, il nostro, che pone la realtà esterna, pone gli oggetti e le cose, fa sì che noi crediamo nell’esistenza oggettiva di tutto ciò che sta “là fuori”, espressione di Rorty che rende bene l’idea. La mentalità metafisica di cui oggi noi parliamo è la nostra normale e comune mentalità che vede le cose esistenti per sé, esistenti per come noi le vediamo a prescindere da noi che le vediamo in quel modo. Secondo la mentalità metafisica esiste “là fuori” un mondo che c’è oggettivamente e la cui conoscenza non è altro che un cogliere l’oggetto per come esso è, e in ogni caso sarebbe in quel modo anche se non ci fossimo noi a conoscerlo. Una concezione della realtà che scinde soggetto conoscente e oggetto conosciuto e ne fa due realtà ben distinte.

Filosofi metafisici, troppo metafisici

Come si diceva, la mentalità metafisica ci appartiene e solo con il filosofo ottocentesco Nietzsche è affiorata alla coscienza la distinzione, la “presa di coscienza” di cui ho parlato prima, è affiorata la volontà di cambiare. Una volontà che tutt’oggi non si è ancora realizzata e perché possa prendere piede esige un lungo percorso di maturazione. Gli stessi filosofi che l’hanno analizzata e riconosciuta (secondo una mentalità “non metafisica” sarebbe esatto dire che l’hanno proposta) rimangono troppo metafisici. Dalla fine del Medioevo si è fatta più forte l’esigenza di spostare l’asse esistenziale da Dio verso l’uomo. Da San Tommaso che ricorrendo alla ragione umana per corroborare la fede ottiene un effetto boomerang in quanto offre maggiori possibilità alla ragione, attraverso Guglielmo d’Ockham, kantiano ante litteram, che allontana la ragione dal territorio della fede investendola di maggiore autonomia, attraverso l’animus rinascimentale racchiuso nella frase “l’uomo artefice del proprio destino” e la decisiva svolta impressa dall’ “io penso, dunque sono” di Cartesio per il quale il pensiero giustifica se stesso, si giunge a Kant che con la sua filosofia del trascendentalismo fa emergere le contraddizioni della disputa metafisica-scienza, instillando nell’uomo la rivoluzionaria convinzione di essere “la condizione di possibilità degli oggetti conosciuti”, che gli oggetti che noi conosciamo sono tali grazie ai nostri modi di conoscerli, alle nostre forme a priori di conoscenza. Come si vede un progressivo rafforzamento dell’autonomia della ragione umana nei confronti di Dio e che assume i toni più parossistici con Hegel il quale interpretando a suo modo il trascendentalismo kantiano trasforma la ragione in Assoluto, unica realtà possibile: tutto ciò che reale è razionale e tutto ciò che è razionale è reale. Un delirio d’onnipotenza che contagia Nietzsche, antihegeliano per spirito filosofico ma hegeliano per spirito di potenza3.
Il grande filosofo del Novecento, Heidegger, definì Nietzsche “l’ultimo metafisico” perché nonostante sia stato il primo a ribaltare la frittata, a far vedere le cose da un altro punto di vista, a denunciare la falsa esistenza di tutte le essenze, di tutte le verità ultime e della conoscenza oggettiva, usò le categorie tipiche della mentalità metafisica per condurre la propria battaglia. Per lo stesso motivo per cui noi oggi non possiamo non dirci non-metafisici, a maggior ragione oltre un secolo fa Nietzsche non aveva i mezzi linguistici, culturali e di mentalità per proporre qualcosa di totalmente diverso. Parla di dei, Apollo e Dioniso, per individuare due dimensioni possibili dell’umano, il razionale e l’irrazionale; parla di Volontà di Potenza, come se fosse un’entità superiore, per raccomandare all’uomo un nuovo spirito interpretativo. Concedetemi l’azzardo: non è da escludere che questa sua spinta oltre le possibili categorie interpretative a sua disposizione abbia contribuito a condurlo alla follia4 . D'altronde egli non faceva altro che criticare, attaccare ferocemente quella mentalità metafisica che gli era costitutiva, accompagnandosi in tal modo all’autodistruzione.
Lo stesso Heidegger pur facendo tesoro della lezione di Nietzsche è stato troppo metafisico. Per certi versi, mi perdonino gli estimatori, ancora più metafisico. Il teorizzatore dell’Essere5 in versione moderna, impeccabile analizzatore dei tempi coevi, riesuma la categoria dell’Essere aggirando con vari escamotage l’assolutezza demodè dello Spirito di Hegel per riproporre una metafisica ammantata di esistenzialismo. Heidegger, parlando di Essere, ricicla termini, categorie e modi di pensare tipici della mentalità metafisica più antica, antecedente a Platone e di uso tuttora in voga. La metafisicità di Heidegger non sta tanto in quello che disse, ma nel linguaggio che usò. Parlare di Essere, di Esserci, di Tempo e di verità come svelamento dell’essere, sono tutti modi tipici di un linguaggio metafisico. Io non credo che Heidegger pensasse ad un Essere che possa scomparire dalla faccia della Terra in concomitanza della scomparsa di tutti gli esseri umani. Heidegger pensava ad un Essere che sopravvive all’uomo, a tutti gli uomini. In questo era metafisico, più di Nietzsche.
Sullo stesso piano possiamo porre il nostro filosofo Emanuele Severino. Impressionato dalla sua logica e dialettica mi sento di ripetere ciò che Gadamer disse ascoltando le lezioni universitarie di Heidegger:«Ti venivano aperti gli occhi […]. Quando Heidegger insegnava, si vedevano le cose davanti a sé, quasi fossero afferrabili fisicamente».6 Questa esperienza l’ho vissuta di persona ascoltando Severino: avevo l’impressione di aver visto e toccato l’Essere. Sennonché destatomi da quella iniezione di logica dovevo faticare per riprendere il senno ed ammettere che si trattava di una reale esperienza dell’Essere come pensiero: il pensiero che parla di sé e si giustifica per mezzo della sua logica, equivalente al “penso, dunque sono” di Cartesio. Heidegger e Severino sembrano essere dei filosofi che fatta lezione della “presa di coscienza” di Nietzsche, della distinzione di una mentalità metafisica, si propongono di andare oltre per salvare il salvabile. Entrambi sostengono che bisogna tornare alla filosofia prima di Platone, prima che questi inventasse la metafisica che distingue il soggetto dall’oggetto. E’ pur sempre un recupero del passato, è un escamotage per salvare l’Assoluto, una certezza che trascenda il singolo uomo ed alla cui finitudine possa sopravvivere. Una certezza sempre metafisica perché offre un punto di riferimento stabile e garantito. Comunque girino la frittata, i due filosofi dell’Essere appaiono dei vecchi metafisici che cercano di cambiare le cose nel tentativo di sottrarre alcune categorie tradizionali al vortice distruttivo del nichilismo. Anche essi, come Nietzsche, sono metafisici, ancora troppo metafisici. Nelle sue linee generali quasi tutta la filosofia del Novecento sembra andare alla ricerca di una via di scampo al nichilismo auspicato da Nietzsche, filosofie che in un modo o in un altro non si rassegnano al totale annientamento del passato ma nostalgicamente ed esistenzialmente vogliono salvare ciò che ognuno ha di più caro.
Non si sottraggono a questo destino neanche i due filosofi che abbiamo preso come riferimento in questa lunga digressione sulla mentalità metafisica, Rorty e Vattimo.
Richard Rorty forse è il primo a proporre consapevolmente una mentalità contrapposta a quella metafisica, un’alternativa che egli definisce “ironica”:«La situazione – spiega Rorty - di chi non è mai del tutto capace di prendersi sul serio perché è sempre consapevole che le parole con cui si autodescrive sono destinate a cambiare, di chi è sempre cosciente della contingenza e fragilità del suo vocabolario decisivo, e quindi di se stesso»7. Lungimirante e illuminante se non fosse che anche egli è legato alla tradizione, alla sua tradizione formativa della filosofia del linguaggio. Per Rorty l’uomo non si regge su categorie fisse e stabili, ma cambia e si modifica, come cambia e si modifica ogni cosa. Il problema è che Rorty imputa esclusivamente al linguaggio la formazione e la modificazione dell’uomo. Ognuno di noi è per come è formato dal proprio linguaggio o, come dice il filosofo, dal proprio vocabolario decisivo. Non si capisce perché egli debba ridurre tutto l’uomo al suo linguaggio e non includere nella formazione dell’uomo ogni altra esperienza di vita: arte, musica, sguardi tra innamorati, dolore e gioia.«L’idea che gli esseri umani non sono altro che l’incarnazione di vocabolari»8 sa molto di mentalità metafisica, non lascia aperte altre possibilità, bandisce ogni altra esperienza possibile, per ricadere in tal modo nella fissità e nella univocità di un solo e indiscutibile riferimento, il solo mezzo d’interpretazione della realtà, il migliore.
Un caso ancora più anomalo è il padre dell’ermeneutica italiana e del cosiddetto “pensiero debole”. Vattimo è un eccellente critico della mentalità metafisica, un ottimo illustratore delle peripezie di questa. Egli, però, se nel pubblico è uno smascheratore della mentalità metafisica, nel privato ne rivaluta i contenuti più esistenzialistici. Afferma Vattimo:«Lasciate alle spalle le pretese di oggettività della metafisica, oggi nessuno dovrebbe poter dire che “Dio non esiste” […]. Ciò che credo si possa dire nei termini di un pensiero non metafisico è che gran parte delle conquiste – teoriche e pratiche, fino all’organizzazione razionale della società, al liberalismo e alla democrazia – della ragione moderna sono radicate nella tradizione ebraico-cristiana, e non sono pensabili al di fuori di essa […]. “Cogliere” la regola interna del processo in cui siamo coinvolti non vuol certo dire vederla oggettivamente e dimostrarla come l’unica vera: è per questo che si parla qui di interpretazione»9. Vattimo nel pubblico sottolinea l’impossibilità di prendere le distanze dalla mentalità metafisica senza non poterne non ereditare strumenti e canoni interpretativi: lo stesso motivo per cui non possiamo non dire che “Dio esiste” si dimostra valido per non poter dire che “Dio non esiste”. Non abbiamo una conoscenza oggettiva che ci dica come stanno le cose là fuori. Così nel privato il filosofo antimetafisico si rivolge a Dio e a lui eleva le sue preghiere: «La religione ha sempre implicato una sorta di sentimento di dipendenza, un sentimento che anch’io continuo ad avvertire […]. Questo è dunque il mio sentimento creaturale, ne dipendo e non posso non dipenderne»10. L’educazione religiosa di Vattimo si fa sentire per tutta la sua vita con alti e bassi. Un uomo che ha dedicato a Dio tutta la sua giovinezza, che con Dio ha dialogato per anni ed anni, al quale si è rivolto nei momenti più difficili, che è stato compagno e sostenitore delle vicende più sofferte, quest’uomo non può cancellare di colpo il senso di Dio e del sacro. Sarebbe come sopprimere una parte considerevole di se stesso. Noi siamo quello che siamo stati, siamo quello che abbiamo vissuto, pensato, visto, amato. Alla morte di una persona cara la prima sensazione è di non percepire il senso della realtà. Non ha per noi senso che quella persona non esista più, perché quella persona è stata è sarà sempre una parte di noi stessi. Essa ha contribuito alla nostra formazione e modificazione ed è così diventata parte di noi. Lo stesso si dica di Dio per Vattimo.
Come si vede, pur se per motivi esistenzialistici, Dio e l’Assoluto in Vattimo rispuntano dalla finestra con un onesto tentativo di condurli nel privato.

Una scienza metafisica, troppo metafisica

Tenteremo adesso, passo dopo passo, di riprendere la carreggiata per tornare all’argomento contenuto nel titolo di questo articolo.
Tutti i filosofi che nel paragrafo precedente abbiamo brevemente preso in considerazione muovono la loro filosofia dalla consapevolezza che «[…] l’ordine oggettivo del mondo è andato in pezzi sia perché non ha retto alle critiche filosofiche la tradizionale immagine realistica della conoscenza (come se la mente fosse uno specchio che riflette fedelmente le cose come sono là fuori); sia perché, soprattutto, di fatto la volontà di potenza si è affermata come la sola essenza della scienza-tecnica, per cui l’ordine del mondo, se c’è, è una produzione dell’uomo, del suo intelletto e della sua prassi»11.
Che il mondo per come lo conosciamo sia una nostra “creazione”, sia un nostro tentativo di organizzare uno spazio nel quale poter realizzare delle azioni, fare delle cose, sembra attualmente la proposta più utile ed opportuna che ci si presenti12. Non tutti concorderanno su ciò, ma tra il carattere distruttivo e quello propositivo del nichilismo è bene iniziare a portare avanti il secondo. Piuttosto che piangere su ciò che non c’è più o nostalgicamente ed esistenzialmente cercare di salvare il salvabile, si rivela più opportuno valutare ciò che resta e che di nuovo possiamo proporre.
Se la filosofia da tempo è nel vivo della questione, la scienza sembra procedere senza una coscienza collettiva. Per molti scienziati il problema se noi abbiamo o no una conoscenza oggettiva non è un problema: la conoscenza oggettiva è una certezza. Nonostante l’impostazione metodologica della scienza non lasci dubbi sulla sua natura sempre falsificabile, come mette in chiaro K. Popper, nell’intimo, e per molti scienziati anche nel pubblico, la scienza ci fa conoscere il mondo per come è là fuori e non per come noi ce lo facciamo secondo un criterio di opportunità e utilità. Scrive Emanuele Severino: «Certo, sono le ipotesi della scienza a muovere oggi le montagne. Ma la potenza che sperimentiamo non è la verità. La scienza stessa lo riconosce quando considera se stessa come sapere “ipotetico-deduttivo” sempre falsificabile»13. La mentalità metafisica che a tutti ci è costitutiva, non ci risparmia nei nostri giudizi sulla scienza, né salva quegli scienziati che si appellano alle verità oggettive della scienza. Il dibattito tutto attuale tra evoluzionismo e creazionismo, tra i sostenitori della teoria scientifica di Darwin e i sostenitori del dogma religioso di un Dio creatore, sembra più una discussione tra metafisici e pertanto tra chi vuole avere la ragione assoluta, piuttosto che tra uomini interessati a proporre le proprie idee per un confronto utile e foriero di opportunità14 .Vi sono scienziati, e purtroppo non sono pochi, che io ho definito ignoranti15 , perché ignorano la reale natura di ciò che fanno: non svelano verità, propongono idee di mondo da realizzare, accettate o rifiutate secondo le opportunità che offrono.

Tra scienza e religione

Alla luce di quanto detto finora risulta evidente, vogliamo farlo risultare evidente, che ogni aspetto della vita dell’uomo ha una propria validità ontologica. Parola, quest’ultima, più metafisica che mai, che a noi metafisici, troppo metafisici, rende l’idea di come ogni manifestazione culturale, esistenziale, emozionale dell’uomo abbia una suo senso d’essere. Ogni aspetto esprime una parte di senso dell’uomo e del suo mondo, e l’uno non è più vero dell’altro fino a quando non sparisce o si modifica per diventare altro. Modificazione che avviene all’interno di quel processo dinamico e dialettico che è la vita come la conosciamo noi, come la “creiamo” noi. La religione e la scienza sono due delle dimensioni dell’Uomo che si affacciano alla sua vita, di più o di meno in base ai desideri e alle occasioni che si presentano. Sostenere che la religione dica falsità e la scienza verità, o viceversa, è un tentativo dialettico di sopraffarsi l’una con l’altra per averla vinta. Un tentativo dialettico che non può che generare i migliori frutti per il cambiamento e la modificazione dell’uomo solo se assume le forme del dialogo e del confronto sincero e disponibile. Una disponibilità che aumenta dinnanzi al rifiuto di una mentalità metafisica e all’accettazione di essere sempre falsificabili, disponibili al cambiamento.
Pertanto, tra scienza e religione è una questione di opportunità. Nessuna dice la verità vera ma ciascuna contribuisce al cambiamento dell’uomo e dell’universo. La propensione verso l’una o l’altra è dettata da fattori sia personali, privati, che pubblici. Sono le opportunità, che offrono ai singoli uomini e a tutta l’umanità a seguito delle loro propensioni e volontà, che portano un uomo ad avvicinarsi più all’una che all’altra, o a realizzare formidabili compromessi.
Darwin propose la teoria dell’evoluzionismo da sostituire al creazionismo. Fu accettata dapprima da pochi, poi da molti, oggi forse dai più. Il parametro del senso di utilità non è già dato, non è una scala già esistente ed eterna a cui far riferimento fisso, ma è la stessa proposta, in questo caso l’evoluzionismo di Darwin, a fornire un nuovo senso di utilità, ad esempio la possibilità di redigere una storia biologica dell’umanità molto utile nel campo della moderna ricerca scientifica, ma poco utile agli uomini antichi sprovvisti di una ricerca scientifica in senso moderno. Quante proposte simili alle teorie scientifiche di oggi affiorate secoli prima sono tornate all’oblio perché inservibili? L’atomismo di Democrito si rivelò utile a lui e ai suoi seguaci come filosofia di vita ma non ebbe il successo dell’atomismo che nel Novecento generò l’energia atomica. Ciò che voglio dire è che le proposte che gli uomini fanno e i risultati che ottengono sono proporzionali ai loro interessi e alle loro possibilità, collocati in una determinata cultura. La metodologia sperimentale di Galileo su cui si fonda la scienza moderna, nella maturazione di nuovi interessi e nuove aspirazioni umane, è la volontà di adattare la mente speculativa al desiderio di un controllo più diretto del mondo, e ciò è potuto accadere alla fine del Medioevo quando alla ragione è stata riconosciuta una maggiore autonomia e la possibilità di interpretare il mondo secondo i propri canoni e non quelli obbligatori della religione.
Spostandoci sul terreno della religione troveremo una medesima logica opportunistica. Cristo propose la salvazione eterna a chiunque si fosse convertito alle leggi di Dio. Fu ascoltato prima da pochi, poi da molti e in fine da tutto l’Occidente. Quali opportunità offriva quest’uomo? La salvazione eterna, la beatitudine. Oggi per un processo inverso molti trovano più utile la scienza piuttosto la religione, grazie alle opportunità che offre. Una scienza che non si sottrae nemmeno alla promessa di trovare una risposta dinnanzi al desiderio umano della salvazione eterna. Per ciò credere in Dio è sempre più difficile, ma ci sono uomini che tra le varie opportunità che si presentano, nella scala dei valori mettono ai primi posti la spiritualità e tutto quanto consenta loro di alimentare e far cresce questo aspetto, poiché fornisce loro molte possibilità esistenzialistiche. Alcuni non rinunciano alla religione perché in Dio trovano un interlocutore stabile e protettivo, quasi una persona a cui rivolgersi nei momenti difficili. Se si aggiunge il senso di Autorità, residuo metafisico, da cui a tanti fa comodo dipendere, oppure la difficoltà di assumere le distanze da chi dà senso a tutta una vita personale, si capisce come Dio offra ancora molto. La scienza non dà, al momento, garanzie stabili per il futuro, anzi a volte crea ansie, ma certamente, mettendosi in competizione con Dio, fornisce sempre più l’opportunità di controllare l’instabilità della vita e di creare la vita stessa, un potere intorno al quale si gioca tutto il futuro prossimo dell’umanità.


Note

1. Questa è una frase presa in prestito dal filosofo austriaco K. R. Popper : «Penso – scrive Popper – di aver risolto un problema filosofico fondamentale: il problema dell’induzione» (G. Reale, D. Antiseri, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi, La Scuola, Brescia 1992, vol. 3., p. 743).

2. I riferimenti bibliografici maggiori per questo articolo sono alcuni testi (riportati nelle note) del filosofo italiano Gianni Vattimo e di quello americano Richard Rorty.

3. Per una chiara comprensione di questa personale lettura storico-filosofica della ragione umana dal Medioevo a Nietzsche, vi rimando al paragrafo La storia del Pensiero umano occidentale in breve di un altro mio articolo: La scienza è ignorante. Critica allo scientismo persistente (http://www.girodivite.it/La-scienza-e-ignorante-Critica.html).

4. Sulla natura della follia che colpì Nietzsche nell’ultimo decennio della sua vita ancora oggi vi sono pareri discordanti se di origine organica o psichica.

5. La filosofia di Heidegger e quella di Severino, menzionato appresso, sono imperniate sull’Essere, un termine per esprimere secondo logiche proprie il senso dell’ “essere”.

6. G. Reale, D. Antiseri, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi, ed. cit., vol. 3., p. 453.

7. R. Rorty, La filosofia dopo la filosofia, Editori Laterza, Bari, 2003, p.90

8. Ibidem, p.107

9. G. Vattimo, Credere di credere, Garzanti, Milano, 1998, pp. 66-67.

10. R. Rorty, G. Vattimo, Il futuro della religione. Solidarietà, carità, ironia, (a cura di Santiago Zabala), Garzanti, Milano, 2005, p.84.

11. G. Vattimo, Credere di credere, ed. cit., p.84.

12. Già nella prima metà del Novecento il pragmatismo americano di W. James e di J. Dewey aveva trasformato queste idee in dottrina filosofica.

13. E. Saverino, Ma la scienza non offre verità, Corriere della Sera, 13 agosto 2005.

14. La diatriba che sta fermentando negli ultimi anni gli Stati Uniti coinvolge oltre che teologi e filosofi anche e soprattutto scienziati, per non parlare delle ripercussioni civili e politiche che sembra avere (Richard Dawkins, L’illusione di Dio. Le ragioni per non credere, Mondadori, Milano , 2007). Questo mio articolo è stato in parte ispirato da tale diatriba, non tanto per mettere con le spalle al muro i creazionisti, non è né nelle mie intenzioni né nelle mie possibilità, quanto per richiamare ancora una volta al senso della loro responsabilità quegli scienziati che alle argomentazioni metafisiche dei creazionisti oppongono le “verità” della scienza, presentandosi essi stessi come dei metafisici. E’ però altrettanto necessario intervenire a difesa delle teorie scientifiche e della libertà di essere atei che come documenta lo scienziato evoluzionista Dawkins spesso sono oggetto di attacco violento e ingiustificato.

15. G. Schiava, La scienza è ignorante. Critica allo scientismo persistente (http://www.girodivite.it/La-scienza-e-ignorante-Critica.html).

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