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APPROFONDIMENTI

Il "Racconto" di Italo Calvino

12/03/2009

Il Con lui stiamo uscendo dal neorealismo. È uno scrittore cosmopolita, che nasca a Las Vegas, a Cuba nel 1923: ma dal 1964 risiede a Parigi e ama molto New York. Nei suoi romanzi si parla di luoghi non riconoscibili, tranne nel “Sentiero dei nidi di ragno” che è ambientato in Liguria, come molte città di “Città invisibili” (1973). Il suo cosmopolitismo si collega al suo essere illuminista: sia perché figlio di scienziati , che per il suo continuo razionalismo e la ricerca di una prosa esatta, che comunque non contraddice la sua vena fantastica poiché la considera un “coefficiente della ragione”.
Calvino si laurea in lettere nel 1947, con una tesi su Joseph Conrad e inizia un’attività giornalistica ed editoriale: dal 1946 al 1956 collabora all’Unità ed al “Politecnico” di Vittorini. Esce dal PCI nel 1956, a seguito dell’invasione dell’Ungheria; lavora come collaboratore all’Einaudi, sostituendo il suicida Pavese. Da questo nasce “I libri degli altri” (1991) una selezione del suo epistolario editoriale; tra il 1959 ed il 1967 è condirettore, con Vittorini, del “Menabò”.
Muore improvvisamente nel 1985, quando stava preparando “Sei lezioni americane” da tenere ad Harvard e “Sotto il sole giaguaro”, uscite postume ed incompiute. La misura narrativa di Calvino è il racconto, dall’apologo alla fiaba, al racconto filosofico. Il suo primo romanzo è “Il sentiero dei nidi di ragno” del 1947, considerato dalla Corti uno dei testi principali del neorealismo: il protagonista, Pin, è un bambino del sottoproletariato ligure (nato in un “carruggio”, cioè vicolo) e l’esperienza resistenziale viene vista attraverso i suoi occhi, come una sorta di gioco che ha inizio quando Pin trova la pistola e la nasconde nel sentiero dei nidi di ragno. Il suo incontro con i partigiani gli farà conoscere l’amicizia ed il tradimento.
Come aveva giustamente intuito Pavese, nel romanzo c’è una ricerca di tipo ariostesco (Calvino aveva scritto anche un commento dell’ “Orlando furioso”), da cui derivavano i moderni Stevenson, Dickens e Nievo. Per Calvino Ariosto era l’immagine della modernità e considererà sempre l’Orlando come un esempio di meraviglioso cioè l’elemento fantastico percepito come normale. Il fantastico, invece, è proprio dell’epoca contemporanea e corrotta, è l’elemento straniante percepito come straniante. Cambia dunque il modo di percezione (genuino e corrotto). Esempio di meraviglioso sono le fiabe (come “Le mille e una notte”) infatti, negli anni ‘50 Einaudi gli commissionerà la raccolta delle fiabe italiane, prevalentemente di tradizione orale. Si accorge che nelle fiabe c’è un sostrato comune e poi tante varianti che dipendono dalle tradizioni.
Al clima neorealistico appartengono anche i 30 racconti di “Ultimo viene il corvo”, scritti tra il 1945 ed il 1948. C’è la Resistenza, il mondo infantile ed adolescenziale, l’ispirazione realistica o quella comico-picaresca.
A questi racconti si aggiungono quelli raccolti ne “I racconti” del 1958, raggruppati secondo le tematiche: gli idilli difficili, le memorie difficili, gli amori difficili, gli anni difficili. Questi racconti, insieme a “La giornata di uno scrutatore” (1963), costituiscono il polo realistico della sua narrativa, che si contrappone al polo fiabesco-fantastico.
“La giornata di uno scrutatore” doveva far parte di un trittico incompiuto dal titolo “Cronache degli anni ‘50”, il cui motivo era la reazione dell’intellettuale alla realtà negativa.
Il polo fantastico-allegorico comprende i tre racconti de “I nostri antenati” (1960) che sono:
- Il visconte dimezzato (1952);
- Il barone rampante (1957);
- Il Cavaliere inesistente (1959).
Sono racconti ambientati in paesi immaginari, alla fine del ‘600 il primo, tra il ‘700 e l’800 il secondo e nell’età di Carlo Magno l’ultimo. Il “visconte dimezzato” parla di Medardo di Terralba, tagliato in due da una palla di cannone spara dai Turchi: le due metà, che costituiscono la parte buona e quella cattiva, saranno riunite alla fine. Sembra che Calvino si sia ispirato a “Dottor Jeckill e mister Hyde” ed al “Ritratto di Dorian Grey” per rappresentare la condizione umana scissa in due.
“Il barone rampante” parla di Cosimo Piovasco, che un giorno decide di salire su un albero in segno di protesta contro le regole della sua famiglia, e di non scendere più. La metafora riguarda l’intellettuale, rappresentata dalla posizione altera di Cosimo, che guarda la terra dagli alberi.
Il terzo racconto è ambientato tra i paladini di Carlo Magno (ambientazione ariostesca): Agilulfo è un’armatura senza corpo che rappresenta l’uomo artificiale, privo di individualità, l’esatto contrario del suo scudiero Gurdulù.
La fiaba di Calvino è sempre una fiaba colta. Per Calvino l’universo della fiaba è un universo esploso, non dominabile, perché per una stessa fiaba ci sono moltissime varianti. Alla fiaba è collegato “Marcovaldo ovvero le stagioni in città” (1963), mentre Calvino si avvicina alla fantascienza con “Le cosmicomiche” (1963) e “Ti con zero” (1967), in cui la fantascienza non riguarda il futuro ma le origini della vita o dell’universo. In entrambe le raccolte il protagonista è un essere vecchissimo, pronto a formulare ipotesi sull’origine dell’universo nel primo libro, o sullo sviluppo della vita nel secondo. Sempre sull’indagine scientifica si ha “Palomar” (1983) in cui questo è il protagonista che in 27 storie punta la sua attenzione su un singolo aspetto del mondo naturale perché osservando l’universo conosciamo noi stessi: è una risposta illuministica al nichilismo dell’indagine scientifica.
Ne “Le città invisibili” (1973), appartenente al filone fantastico, i protagonisti sono l’imperatore Kublai Kan e il suo consigliere Marco Polo, che espone al sovrano i risultati delle sue ambascerie in 55 città immaginarie. Non si prefigura alcuna utopia ma Marco Polo dice che l’inferno non è qualcosa che sarà ma già esiste: per non soffrirne o lo accettiamo o dobbiamo cercare qualcosa che, in mezzo all’inferno, non è inferno.
In “Il castello dei destini incrociati” (1969) il protagonista vede dei commensali che raccontano delle storie in base alle carte che estraggono da un mazzo: in questo romanzo Calvino mette allo scoperto i meccanismi narrativi.
Sia Pasolini che Calvino partono da modelli vicini al neorealismo: per Pasolini l’avventura sperimentalista era evidente e si scagliava sia contro il neorealismo che contro il decadentismo. Altra cosa in comune è il rapporto ambiguo con il PCI. La fiaba di Calvino è una fiaba colta, risalente allo studio sulla fiaba di Vladimir Prop, secondo il quale c’è uno schema fisso nella fiaba: situazione di partenza, intoppo, superamento dell’intoppo. Prop aveva però preso in considerazione solo la fiaba di magia.
Calvino dice che il neorealismo non fu una scuola, ma un insieme di esperienze diverse; dice anche che il testo modello del neorealismo è “Una questione privata” di Fenoglio, il testo che tutti avrebbero voluto scrivere. Ciò che attira la sua attenzione su questo romanzo il fatto che la questione privata, che costituisce la trama del romanzo, dà una visione di sbieco sulla resistenza, che funge solo da sfondo. Il secondo elemento che lo attira è che Milton, protagonista del romanzo, è uno che cerca la realtà attraverso strade inconsuete; ciò che affascina molto Calvino (ad esempio cerca di guardare la resistenza attraverso l’ottica di un bambino). Prop trova una soluzione andando ad individuare delle costanti nelle 31 funzioni che descrive. Ad esempio una delle funzioni è il danneggiamento del protagonista da parte dell’antagonista. Un’altra funzione è la reazione dell’eroe. Se in superficie, dunque, le fiabe sono varie ed eventuali sotto, nella struttura, sono riconducibili a delle strutture di base: è come l’alfabeto che può determinare infinite parole.
Negli anni ’60 arriva in Italia lo strutturalismo, secondo il quale ogni opera è una struttura di cui si possono capire le regole. Siamo lontani dalla critica marxista del dopoguerra, secondo la quale la letteratura doveva essere di denuncia progressista. Il testo, dunque, era buono in funzione del contesto. Un testo di Calvino, invece, può essere capito anche autonomamente rispetto al contesto. Tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70 nascono le sue “opere a cornice”di cui fa parte “se una notte…”. Parliamo di opere a cornice perché si rifanno a opere quali il “Decameron” e “I racconti di Canterbury”, cioè esempi di letteratura a cornice, prese a modello dagli strutturalisti. Le opere di Calvino di questo periodo sono “Il castello dei destini invisibili” (è alla base della letteratura come combinatorio); “Le città invisibili” e “Se una notte d’inverno un viaggiatore”. Quest’ultimo è il culmine della sperimentazione letteraria. È un romanzo a cornice con uno schema classico, all’interno del quale però Calvino cala una storia assolutamente rocambolesca. Tutto il romanzo è scritto in seconda persona. Il “tu” a cui si rivolge è il lettore, con la L maiuscola, che diventa il protagonista del romanzo, che parla del rapporto tra lettere e scrittura. C’è una situazione di caos estremo perché il narratore non è arbitro, ma spettatore di ciò che avviene. Nelle prime pagine Calvino parla anche di se stesso dicendo di essere un autore che cambio molto da libro a libro.

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