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La concezione ciclica della storia della salvezza. Un esempio di cristianizzazione ciclica del tempo

09/02/2011

La concezione ciclica della storia della salvezza. Un esempio di cristianizzazione ciclica del tempo È una costante della teologia biblica l'aver da sempre interpretato la storia della salvezza che va dalle origini fino alla venuta di Cristo nella storia, come un tempo storico, un tempo che progredisce nella sua dimensione temporale, nel senso che il popolo di Israele è stato testimone di avvenimenti teofanici che non si ripetono più nel tempo perché unici e irripetibili.1 Questi avvenimenti segnano le tappe fondamentali della vita del popolo di Israele in relazione alla continua manifestazione di Dio che vuole condurre per mano il suo popolo nella terra promessa, una terra diversa da quella da cui era partito.

Significativa a tal riguardo è la chiamata da parte di Dio ad Abramo:
“Vattene dalla tua terra e dalla tua patria e dalla tua casa paterna verso la regione che ti mostrerò. Io ti farò divenire una grande nazione e ti benedirò; ingrandirò il tuo nome, e sarai una benedizione” (Gen 12,1-2).
Traspare quindi dalla concezione biblica della storia, una dimensione rettilinea, progressiva del tempo e non ciclica come nei miti cosmici greci. Questa differenza è stata posta fortemente in rilievo, tanto da sembrare quasi una affermazione dogmatica, da O. Cullmann e da H.Ch. Puech.2 La stessa linea è stata seguita anche da R. Cantalamessa, per il quale Ulisse differisce da Abramo, perché, mentre il primo vuole ritornare nella medesima patria dal quale è uscito, il secondo è uscito da Ur per non tornarvi più, perché per la fede in Dio è in cammino verso un'altra patria:
“Abramo, e ogni credente con lui, è pellegrino sulla terra perché per la fede è divenuto cittadino del cielo (cfr. Ebr 11,10).

Il sentimento biblico differisce dunque essenzialmente da quello greco della nostalgia della patria (...). Ulisse è uscito dalla patria e anela a ritornare alla patria (...). Abramo è uscito dalla patria per cercarne un'altra, perciò egli non torna più ad Ur di Caldea (...). Per Ulisse la patria è “indietro”; per Abramo è “in avanti”. Il primo è l'uomo dell'eterno ritorno; il secondo l'uomo dell'escatologia”.3
Partendo da tali premesse è da precisare che la concezione rettilinea della storia è da ascriversi piuttosto alla dimensione empirica del tempo perché, cronologicamente parlando, la storia segue una sua progressione temporale in quanto cresce e si sviluppa a partire da un punto a per arrivare ad un punto b. L'economia salvifica di Dio in essa si inserisce e rispetta il progredire del tempo, perché vitali per l'umanità sono le coordinate storiche in cui questa si trova necessariamente a vivere, anche se ci preme sottolineare che nella sua essenza la volontà salvifica di Dio è ciclica perché unica e irripetibile per tutti i tempi, in quanto scaturiente dalla medesima economia immanente del piano salvifico di Dio.

Pertanto la considerazione del Cantalamessa, per cui Abramo esce da una patria per andare in un'altra diversa dalla precedente, va intesa come riferita alla cittadinanza temporale della sua patria storica piuttosto che alla cittadinanza atemporale della sua patria celeste: come tutte le creature anche Abramo è stato creato da Dio tramite le mani del Figlio (primo giorno) perché tramite il Figlio potesse ritornare al Padre (ottavo giorno). Ma poiché Abramo compiva ininterrottamente la volontà del Padre, in quanto adempiva sulla terra al sabato protologico, quello divino, non gli era stata imposta né la prescrizione dei precetti sabbatici né la circoncisione che egli ricevette come segno della sua fede in Dio e “non come giustificazione”,4 né tanto meno era necessaria per lui, come per tutti gli altri patriarchi, la venuta salvifica di Cristo. Quindi partendo da tale concetto economico-salvifico è possibile parlare della concezione ciclica del tempo anche e specificamente in relazione alla storia della salvezza: Abramo ritorna a Dio (ottavo giorno, che si identifica col primo), cioè nella sua patria originaria dove era stato formato dalle mani del Verbo, perché senza sosta egli ha adempiuto la sua volontà.

Si può addurre, a dimostrazione di questo concetto, la concezione, propria di Giustino, ciclica del tempo, in relazione al primo e all'ottavo giorno:
“Il precetto della circoncisione, che prevede di circoncidere in ogni caso i neonati l'ottavo giorno, era figura della vera circoncisione con cui siamo stati circoncisi dall'errore e dalla malizia per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, risorto dai morti il primo giorno dopo il sabato. Infatti il primo giorno dopo il sabato è il primo di tutti i giorni, ma seguendo la concezione ciclica dei giorni viene ad essere l'ottavo, pur restando comunque il primo”.5
Giustino ci vuole dire che il piano salvifico immanente di Dio, presente fin dall'eternità ancora prima che il mondo venisse creato, era il medesimo di quello economico, cioè di quello che Dio ha realizzato nella storia con la venuta del Figlio. L'equazione immanente – economico, riferita al piano divino della salvezza ben si addice alla teologia salvifica della storia, storia che ha origine dall'arché (primo giorno) e si compie nell'ottavo giorno, giorno in cui Cristo, con la sua resurrezione, ridà alla storia profana le stesse prerogative di salvezza proprie del piano divino immanente. Giustino prelude - ma “sulla base di uno schema binario”6 perché la relazione è fondata dal Padre e dal Figlio - a ciò che ha affermato Forte riguardo alla posteriore identità tra trinità immanente e trinità economica.7 A partire da tale ottica, pertanto, la storia salvifica è ciclica in ordine al primo e all'ottavo giorno perché ciò che il Padre e il Figlio si sono proposti fin dall'inizio (arché) è quanto è stato realizzato nella storia con la risurrezione di Cristo (ottavo giorno).

Ben si addice alla indole filosofica di Giustino la concezione ciclica del tempo propria dei greci, dal momento che egli si propose in primo luogo di conciliare la filosofia greca, in particolare medioplatonica, con la teologia cristiana, e, in secondo luogo, di cristianizzare la stessa concezione ciclica del tempo di origine greca. La concezione cristiana del tempo ciclico in Giustino si può quindi comprenderla sulla base della concezione ellenistica del tempo ciclico. Ulisse, osserva Cantalamessa, è l'eroe dell'eterno ritorno perché egli anela a rientrare nella propria patria, intesa come la terra dei propri padri: “Egli morirebbe volentieri pur di vedere anche solo il fumo levarsi da essa (Od. I,58)”.8 Questo rapporto, come si è visto, di Ulisse con la sua patria, intesa non come il suolo in se stesso, ma come la terra dei padri, non era assente dal pensiero di Giustino. Infatti per Giustino questo rapporto con Dio si rispecchia non solo nella vita dei patriarchi, - in quanto hanno realizzato in loro stessi la dimensione protologica del sabato originario che è la loro patria divina (primo giorno) - ma anche nella risurrezione del Figlio (ottavo giorno), perché egli ha ripristinato la dimensione spirituale del culto sabbatico vissuto dal Figlio secondo l'originaria volontà di Dio (primo giorno). In tal senso il primo giorno coincide con l'ottavo perché nella sua essenza il sabato protologico non è altro che il sabato soteriologico.
Anche questo sentimento nostalgico di Ulisse verso la propria patria non è estraneo, secondo Giustino, al cristiano che aspira a realizzare nel proprio tempo storico (ottavo giorno) il sabato soteriologico, copia vivente sulla terra del sabato protologico, quello voluto in origine da Dio insieme al Figlio (primo giorno) e vissuto dai patriarchi come Abramo.
Pertanto il cristiano aspira a essere nel nuovo tempo storico - sabato soteriologico - immagine vivente del sabato divino - sabato protologico -, perché è in questa relazione di amore, sussistente tra Padre e Figlio ancora prima che il mondo venisse creato, che tutti gli esseri viventi sono creati da Dio tramite il Verbo (primo giorno) al fine di rendere concreta in se stessi, mediante l'imitazione della risurrezione del Verbo (ottavo giorno), questa eterna relazione di amore.

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1. M.J. LAMBERT - P. GRELOT, Temps, in X.L. DUFOUR-J. DUPLACY-A. GEORGE-P. GRELOT-J. GUILLET-M.F. LACAN, Vocabulaire de théologie biblique, Paris 1995, col. 1277; G. SEGALLA, Teologia biblica del Nuovo Testamento, Torino 2005, pp. 275-280.
2. O. CULLMANN, Cristo e il tempo, (trad. it. di B. ULIANICH), Bologna 1965. Vedi anche H.Ch. PUECH, La gnose et le temps, in “Eranos-Jahrbuch” 20 (1951), pp. 57-113; G. JOSSA, La teologia della storia nel pensiero cristiano del secondo secolo, Napoli 1965, pp. 11-15; H.Uns von BALTHASAR, Teologia della storia, Brescia 1969, pp. 46-53; D. VALENTINI, La teologia della storia nel pensiero di Jean Daniélou, Roma 1970, pp. 179-184; N. LOHFINK, Un exemple de théologie de l'histoire dans l'ancien Israel Deut 26,5-9, in Aa.Vv. La teologia della storia. Rivelazione e storia. Atti del Convegno indetto dal centro internazionale di studi umanistici e dall'Istituto di studi filosofici, a cura di E. CASTELLI, Roma 1971, pp. 189-199. Per la concezione progressiva della storia in Giustino vedi inoltre G. JOSSA, La teologia della storia nel pensiero cristiano del secondo secolo, Napoli 1965, pp. 169-210.
3. R. CANTALAMESSA, Polis, patria e nazione nel sentimento della grecità del primitivo cristianesimo, in “Vita e pensiero” 55 (1972), p. 765.
4. GIUSTINO, Dialogo con Trifone 23,4. Ed. crit. E.J. GOODSPEED, Die ältesten Apologeten, Texte mit kurzen Einleitungen, p. 117. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, p. 137.
5.GIUSTINO, Dialogo con Trifone 41,4. Ed. crit. E.J. GOODSPEED, Die ältesten Apologeten, Texte mit kurzen Einleitungen, p. 138. Trad. di G. VISONÀ, Dialogo con Trifone, pp. 175-176.
6. M. SIMONETTI, Studi sulla cristologia del II e III secolo, Roma 1993, p. 81.
7. B. FORTE, Trinità come storia: saggio sul Dio cristiano, Cinisello Balsamo 1985.
8. R. CANTALAMESSA, Polis, patria e nazione, p. 764.

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