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Una sera di pioggia, rileggendo Tagore

12/10/2005

Una sera di pioggia, rileggendo TagoreEra una noiosa mattina d’ospedale dei miei dodici anni; me ne stavo a letto a pensare al giorno felice, e ormai prossimo (almeno credevo!) in cui avrei lasciato quel reparto, guarito (finalmente!) e pronto a tornare ai giochi e alle attività di sempre. Mia madre stava seduta accanto a me, in attesa del pranzo; il sole estivo splendeva al di là della finestra socchiusa.
Ad un tratto, mio padre apparve, atteso e fuori orario visite, con in mano due libri. Entrò, ricordo benissimo, salutò, e disse, porgendomi il suo regalo: “Sono stato a Messa in duomo. E’ la giornata dei missionari: vendevano dei libri, e ho comprato questi per te”. Con gioia, ne presi uno a caso e lo aprii: erano poesie provenienti da ogni terra del mondo. La mia attenzione si soffermò su questa: “Sulla spiaggia di mondi infiniti i bimbi s’incontrano. L’infinito cielo sta immobile sopra di loro e l’acqua irrequieta rumoreggia. Sulla spiaggia di mondi infiniti i bimbi s’incontrano con grida e danze” 1. La poesia proseguiva ancora. Lessi il nome dell’autore. Era Tagore.

Questa sera piove; a tratti, si possono sentire i tuoni in lontananza avvicinarsi sempre più, carichi di elettricità e della promessa d’un temporale, passeggero ma violento; come quello di ieri, che ha danneggiato il tetto della scuola, costringendo la dirigente a spostare di qualche giorno l’inizio delle lezioni.
Me ne sto seduto alla scrivania, un po’ tediato da questo anticipo d’autunno, e per ingannare il tempo prendo un libro a caso e comincio a sfogliarlo. E’ proprio quel volume: si, il vecchio, caro libro di poesie che mio padre mi regalò, una domenica d’ospedale di ormai vent’anni fa.
E’ con lo stesso interesse di allora, rinvigorito, per così dire, dagli “studi letterari”, che rileggo quei versi.
Ritrovo, in quelle semplici, quasi banali parole, la capacità di guardare il mondo con fanciullesco stupore; la grazia, gentile e miracolosa, d’una poesia in grado di rigenerare lo spirito. Si, perché in quei versi si manifesta la felicità, la gioia di essere vivi. I bambini “non sanno nuotare, non sanno gettare le reti. I pescatori di perle si tuffano per raccogliere le perle, i mercanti veleggiano sulle loro navi, mentre i bimbi raccolgono sassolini e li gettano via. Non cercano tesori nascosti, non sanno gettare le reti.[…] Sul lido di mondi infiniti i bimbi si incontrano. La tempesta erra per i cieli dalle molte vie, naufragano i bastimenti nell’acqua dalle molte vie! La morte è in giro e i bimbi si baloccano. Sulla spiaggia di mondi sconfinati è il gran convegno di bimbi 2”.

Amo la poesia di Tagore per la convinzione, che traspare in ogni sua parola, che l’esistenza, nonostante tutto, sia un misterioso tripudio di bellezza che noi dobbiamo scoprire e celebrare, un dono da cogliere e restituire attraverso un’azione creativa. “Farò, mattina e sera,/ fiorire nuovi canti/ perché li raccogliate./ Con volto sorridente/ raccogliete i miei fiori!/ E se poi appassiranno,/ ahimè! gettateli via 3”.

Tagore, il più grande poeta indiano contemporaneo, premio Nobel per la letteratura nel 1913, musicista, pedagogo, in un certo senso vera e propria “guida spirituale”, filosofo e uomo di pace, amava la vita, certo, ma conosceva anche il dolore. Molti furono i lutti che minarono la sua lunga esistenza: perse la madre ancora ragazzo e Kadombari, la donna che in qualche modo l’aveva sostituita, si suicidò poco dopo essersi sposata; quando aveva tra i quaranta e i cinquanta anni morirono la moglie, due suoi figli e il padre. Scrisse: “La morte mi diede la distanza e il distacco necessari per riuscire a leggere la vita e il mondo nella loro totalità, nella prospettiva vera: quando vidi l’immagine della vita dipinta sulla tela immensa della morte , mi sembrò veramente bella 4”. Come a dire: grazie a ciò che di più triste possa capitare ad un essere umano, io continuo a vedere la bellezza del mondo e a rispettare e amare la vita.

L’estate ormai alle spalle ci ha rattristati per le troppe notizie di infanticidi, neonati abbandonati nei cassonetti, famiglie distrutte da uomini che hanno avuto improvvisi raptus di follia e hanno ucciso per poi morire essi stessi di propria mano. Come un incubo ha attraversato le tranquille giornate estive, un incubo che si è consumato tragicamente, nel silenzio di disperazioni magari covate per anni e poi sbocciate all’improvviso, per farsi oggetto di analisi, talora inopportune, di scoop giornalistici, di un’attenzione che si spegnerà presto per riaccendersi al prossimo (mi auguro di sbagliare!) evento da prima pagina.
La vita viene continuamente calpestata, e noi restiamo impotenti a guardare domandandoci cosa fare, magari distrattamente, perché il fatto, tutto sommato, non ci “riguarda troppo da vicino”. Siamo presi dal nevrotico “efficientismo” della quotidianità, dalle cose “normali”, e forse presto dimenticheremo.
Eppure quelle ragazze che per noia hanno dato fuoco alle cassette della posta causando un incendio, sono il frutto del nostro mondo, della nostra società, e potrebbero essere il “nostro vicino di casa”.

Forse dovremmo farci più piccoli, provare anche noi, come i grandi poeti, a guardare il mondo con più stupore e meraviglia, col desiderio, sincero e creativo, che qualcosa, dentro il nostro cuore, cambi. Consentire ai nostri pensieri di spaziare, costringerci a sognare qualcosa di grande, da realizzare, con coraggio e fiducia.
O forse sono io che sto sognando; forse sono un pazzo, che crede ancora nelle “humanae litterae” ed è rimasto folgorato dalle parole di uno scrittore indiano scoperto da bambino e ritrovato, inaspettatamente, in una sera di pioggia di fine estate.


NOTE

1. R. Tagore, Sulla spiaggia dei mondi, in: Bruno Rossi (a cura di), Sulla spiaggia dei mondi. Canti e poesie d’ogni terra, E.M.I, Bologna 1985, p. 85.
2. Ibidem
3. Tagore, Vita, in Farò fiorire canti nuovi (a cura di Laura Santoro Ragaini), Edizioni Paoline, Milano 2003, p. 22.
4. Ibidem, p. 12.

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