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APPROFONDIMENTI

La valle isolata

13/12/2005

La valle isolataOre 10:30 del mattino. Puntuale il TGV arriva al binario due della stazione di Torino Porta Susa. Qualcuno scende, molti salgono, cercano posto e si siedono pregustando il viaggio sul treno ultraveloce che li porterà a Parigi Gare De Lyon. La carrozza si pressurizza, come sull’aereo, ed il pendolino “alla francese” accelera sui binari. Fila il TGV ed i campi innevati scorrono ai lati dei finestrini. Fino a 300 Km/h si raggiungono sui rettilinei e tutti, o almeno tutti quelli che col treno a Parigi vanno per la prima volta, guardano curiosi fuori in attesa di un segno, un riferimento che li possa portare a provare il brivido della velocità. Aspettano, pazienti, che le macchine che osservano mentre percorrono l’autostrada parallela ai binari vengano sorpassate come biciclette. Quando, dopo aver percorso poco più di un centinaio di chilometri in due ore, superiamo il confine di stato l’impazienza quasi fanciullesca dei passeggeri si è tramutata in rassegnazione nel veder procedere lento il gioiello della tecnologia tra curve e tornanti stretti che fanno stridere le ruote, gole e valli impervie. Viene spontaneo allora riflettere su come sia possibile percorrere altri 700 chilometri nelle restanti tre ore programmate, quando ecco che a Modane avviene il miracolo: le montagne non spariscono, ma il percorso si raddrizza, i binari diventano due ed il TGV accelera, accelera ad aumenta ancora la velocità, tanto che un po’ troppo spocchioso macchinista d’oltralpe annuncia che il convoglio ha raggiunto la ragguardevole velocità di 312 km/h!
In quel momento, dopo una breve esplosione di affascinata meraviglia per i traguardi che la tecnologia umana ha raggiunto, siamo assaliti da un lieve senso di vergogna tipicamente italica. Li vediamo i francesi come si compiacciono di essere “finalmente a casa”, dove i treni funzionano e l’alta velocità non è solo un bel progetto, ma anche una piacevole realtà. E, nel frattempo, noi riflettiamo su quanto sia assurdo quello che succede al di qua delle Alpi.

Già, ma cosa succede in valle di Susa? Qualcuno parla di amianto ed uranio presenti in quantità tali da pregiudicare seriamente la salute pubblica. In effetti è innegabile che un po’ d’amianto ci sia e l’uranio è stato per un breve tempo scavato dall’Enel, ma molto lontano dal tracciato della TAV Altri si appellano al fatto di non essere mai stati mai consultati dal governo e, pertanto, si dichiarano per principio contrari all’opera, non ricordando come in realtà, da oltre un anno, sia aperto un tavolo di concertazione con il ministro Lunardi.
Tavolo a cui nessuno si è mai presentato… Ambiente, mancata concertazione e rischi per la salute sono, in effetti, temi molto sentiti e capaci, se ben veicolati, di aggregare intere comunità e la protesta si fa viva e vibrante, coinvolge giovani ed anziani e non sembra possibile alcuna mediazione. Ma riflettiamo un attimo: siamo sicuri che siano queste le spade di Damocle che pesano sui lavori per l’alta velocità italiana?
Chiediamo a Gianluca di Bussoleno, studente di ingegneria civile presso il Politecnico di Torino, cosa ne pensi di quanto accada a pochi passi da casa sua e la risposta ci stupisce un po’: “Se fanno la TAV la valle è tagliata fuori da tutto, la saltano a piè pari. Altro che amianto..” “E poi c’è il problema del trasporto su gomma. Vogliono buttare in mezzo ad una strada tutti i padroncini!” “In realtà non vogliono bloccare l’opera, vogliono che sia anche potenziato il trasporto locale..” Ci stupisce, dicevamo, un punto di vista diverso e, forse, più serio. La TAV la valle di Susa non la vuole non per un mal celato desiderio isolazionista o per non giustificate velleità salutiste. La valle ha paura di perdere il turismo, la valle vuole mantenere i posti di lavoro dei suoi autotrasportatori, la valle non vuole restare isolata! E così ci appare chiaro il paradosso.
La TAV è un’enorme opportunità per l’Italia, per Torino ed è una grande comodità per il turista della nostra storia, ma è anche un pericolo potenziale per la valle, che dall’opera è attraversata e non servita. E allora via con la protesta, con i blocchi al traffico ed i presidi. Fermiamo i carotaggi, boicottiamo le olimpiadi e giù botte con la polizia. Nell’Italia delle contraddizioni, non poteva che essere così: combattere una battaglia contro l’isolamento forzato vestendo i panni degli isolazionisti e dei nostalgici del “ai miei tempi si stava meglio”.

Ed intanto il treno corre sui binari francesi, veloce fino alla meta...

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