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Lo scontro tra Francisco e la macchina d apresa - L. Bunuel -

Lo scontro tra Francisco e la macchina d apresa - L. Bunuel -




Anche nel caso dell’altro scontro, quello tra Francisco e la m.d.p., abbiamo a che fare con una differenza di sguardi: il contrasto però non è più tra le due figurativizzazioni giustapposte, rispettivamente dell’enunciatario e dell’enunciatore, ma tra due livelli sovrapposti, rispettivamente dell’enunciato e dell’enunciazione. Lo scarto investe questa volta due ordini di realtà separate e insieme ancor più strettamente complici tra di loro – da una parte il film in quanto fatto e dato, dall’altra il farsi e il darsi del film –.
Lo scenario è di nuovo assai netto:
- ecco Francisco che si candida a guidare l’occhio dello spettatore, e la m.d.p. che lo inquadra come un qualunque oggetto del set;
- ecco Francisco che porge di persona le immagini del film, e la m.d.p. che ne ridicolizza la visione;
- ecco Francisco che dichiara la sua disponibilità a fissare in faccia la realtà, e la m.d.p. che alla fine del film ce lo mostra di spalle, in posizione di rinuncia, o forse di abdicazione.
Abbiamo quindi un personaggio che prova ad occupare il posto dell’apparecchio cinematografico di base, e quest’ultimo che riconduce e imprigiona il personaggio nel quadro; abbiamo un’occhiata che vuol essere determinante, e uno sguardo che esso si riesce a definire i contorni della scena.
L’allinearsi nel corso della sequenza di apertura del film di una soggettiva, in cui la funzione del tu viene assunta da un elemento della diegesi, e di un’oggettiva irreale, in cui la funzione del tu – e dell’io – è assunta dal dispositivo cinematografico stesso1, definisce già bene i termini del problema: dopo il prologo, la parabola di El confermerà e radicalizzerà le rotte di collisione.
Ne consegue che la sconfitta di Francisco apparirà motivata anche da un secondo fattore: chi vive sullo schermo non può dimenticare chi gli da vita; quanto è rappresentato non può uscire dal movimento della rappresentazione.
È il sogno di protagonismo di Francisco a cozzare contro la presenza di altri individui che popolano la scena – Gloria, figurativizzazione dell’enunciatore – e di altre istanze che abitano il discorso filmico – la m.d.p., traccia di un presupposto senza cui non si darebbero le immagini e i suoni –. È l’illusione di un dominio pronto a naufragare di fronte all’affermarsi di nuovi fattori essenziali e di nuove maniere di procedere: in Francisco è sconfitta l’esclusività di una visione, che sia pur per un attimo, ha occupato lo schermo: anche il suo sguardo è tenuto a legarsi agli altri sguardi che attraversa la scena.
Quest’obbligo alla relazionalità ha un doppio significato: esso ci ricorda sia il limiti d’ogni soggettiva, sia la struttura di ogni destinazione. L’osservatore è doppiamente situato:
- da un lato perché è sua la presa di posizione che determina l’aspetto di quanto appare,
- dall’altro lato perché questa sua stessa posizione si colloca in un gioco di alternanze e di reciprocità – egli arriva insomma a vedere solo quando si espone agli occhi altrui.

Tratto da CINEMA di Nicola Giuseppe Scelsi
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