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J. Mitry e il cinema come mezzo d'espressione



È stato Mitry a riaffermare l’esistenza del linguaggio cinematografico allargandone le basi: egli prende inizialmente le mosse dalla concezione tradizionale del cinema come mezzo di espressione, per aggiungere subito che un mezzo di espressione suscettibile di organizzare, costruire e comunicare pensieri, capace di sviluppare idee che si modificano, si formano e si trasformano, diviene allora un linguaggio; il che porta a definire il cinema come una forma estetica che utilizza l’immagine che è un mezzo di espressione la cui successione è un linguaggio. Il linguaggio per Mitry è un sistema di segni o di simboli che permette di designare le cose nominandole, di significare delle idee, di tradurre dei pensieri; egli precisa che non bisogna ridurre il linguaggio al solo mezzo che permette gli scambi della conversazione, vale a dire al linguaggio verbale: si da linguaggio cinematografico, anche se quest’ultimo elabora i propri significati a partire da figure astratte più o meno convenzionali ma a mezzo della riproduzione del reale concreto, vale a dire della riproduzione analogica del reale visuale e sonoro. L’errore dei teorici precedenti risiede nel fatto che questi pongono a priori il linguaggio verbale come forma esclusiva del linguaggio e, poiché il linguaggio filmico è necessariamente differente, ne concludono che quest’ultimo non è linguaggio. Come dice lo stesso Mitry: “Un film è tutt’altra cosa da un sistema di segni e di simboli, o almeno esso non si presenta soltanto come questo, un film è innanzi tutto immagini, e immagini di qualche cosa, che a seconda della narrazione scelta, si organizzano in un sistema di segni e simboli; esse sono innanzitutto oggetti, realtà concreta: un oggetto che si carica di un determinato significato. In ciò il cinema è un linguaggio: esso diviene linguaggio nella misura in cui è innanzitutto rappresentazione e a favore di questa rappresentazione; è, se si vuole, un linguaggio di secondo grado”. Le prospettive teoriche di Mitry permettono di evitare un duplice scoglio: esse manifestano chiaramente il livello di esistenza del linguaggio cinematografico insistendo sul fatto che il cinema, pur essendo una rappresentazione del reale non ne è un semplice calco, e l’esercizio della creazione filmica è permessa proprio dal linguaggio; inoltre la composizione e il concatenamento non implicano in alcun modo l’appiattimento su strutture convenzionali.



Tratto da ESTETICA DEL FILM di Nicola Giuseppe Scelsi
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