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Paesaggio

La visione antica e la visione moderna e contemporanea del paesaggio, cioè della relazione tra gli esseri umani e la natura, sono diverse in quanto la prima fa riferimento ad una natura superiore all’artefattualità, una natura che è un oggetto misterioso e deve essere umanizzata mentre la seconda fa riferimento ad una natura inferiore all’artefattualità.

Attraverso la tesi del filosofo tedesco novecentesco Ritter è possibile indagare il passaggio dalla visione antica alla visione moderna e contemporanea della relazione tra esseri umani e natura.
Egli sostiene che gli esseri umani moderni, autonomi in parte dalla natura, cercano con forza la natura attraverso il paesaggio, l’autonomizzazione parziale degli esseri umani dalla natura può rappresentare anche un’inversione della pericolosità ovvero da una natura che può essere pericolosa per gli esseri umani a esseri umani che possono essere pericolosi per la natura.

La relazione tra le polarità ha due versi possibili:
→ Natura trovata, ovvero una natura già presente in sé, l’uomo porta il suo sguardo alla natura e riesce a cogliere caratteri che le sono propri riconoscendo alla natura una sua identità.
→ Natura cercata, atteggiamento tipico del romanticismo, l’uomo con lo sguardo contempla la natura e vede il riflesso di sé stesso, è come se la si sporcasse la natura con la propria emotività.

Si tratta di due tipologie di atto estetico che spesso sono presenti insieme anche se hanno direzioni polari, la natura trovata fa riferimento alla dimensione oggettivo mentre la natura cercata fa riferimento alla dimensione soggettiva.
Osservando le rovine di un castello nella brughiera scozzese ci sono oggetti che troviamo, ovvero che sono già presenti e hanno il potere di dirigere da sé la nostra sensibilità (contrasto tra l’apertura infinita della brughiera e la chiusura protettiva delle rovine), ma anche oggetti che cerchiamo, ovvero che non sono presenti e non hanno il potere di dirigere da sé la nostra sensibilità (il senso di mistero che però è dato da una nostra associazione tra il paesaggio che vediamo e la letteratura che leggiamo).

Gombrich, storico dell’arte, sostiene che la proiezione prederà il posto della percezione nel senso che non è possibile separare nettamente ciò che vediamo da ciò che sappiamo in quanto vedere non è mai un semplice registrare.

Lo sviluppo storico della relazione tra la nozione di paesaggio e l’architettura si concentra sulla dialettica tra la contemplazione e l’azione, la quale è la trasformazione di una contemplazione (visione) in un atto pratico ed ha di necessità una dimensione etica perché fondata su un atto di scelta che ha ricadute concrete sulle esistenze degli esseri umani.

L’elemento dialettico della contemplazione è presente nel saggio “La filosofia del paesaggio” di Simmel ritiene che la nozione di paesaggio sia il risultato della separazione tra uno spazio umano uno spazio naturale ovvero tra un Io che fa un atto della visione e l’oggetto della contemplazione visiva. L’oggetto della contemplazione visiva è complicato perché è sia oggettivo che soggettivo ed è sintetizzato attraverso la nozione di Stimmung, inteso secondo lui come il cuore di ciò che significa paesaggio.
Lo Stimmung in un uomo è la sua totalità di carattere che di tutta quella tonalità di colore tinge tutti i suoi comportamenti e la sua personalità.
È la capacità soggettiva dell’uomo a tingere della propria tonalità il paesaggio.
Egli riconosce la spiritualità nel paesaggio in quanto vi è la mano dell’uomo, domina la visione di una natura cercata e quindi soggettivista.

Ritter continua ad affermare l’importanza della nozione di contemplazione infatti secondo lui contemplare significa fare un’esperienza teoretica ma la sua riuscita è determinata da condizioni pratiche ovvero dall’invasività degli esseri umani nella natura.

Carchia, autore italiano, sostiene che il presupposto per un accesso ad una possibile visione estetica della natura è un presupposto di natura etica e fa quindi riferimento a Kant, in particolare alla sua argomentazione della relazione tra la dimensione estetica e la dimensione etica, intesa come modo di agire.
Kant infatti nella “Critica della facoltà di giudizio” scriveva che “colui che prende interesse al bello della natura non sarebbe capace se prima non avesse interesse ben fondato per il bene morale”.
La disposizione ad amare la natura è sintomo di buona disposizione morale tanto che la gestione morale può essere considerata l’indice dello stato morale di una società.
Il fatto che ci sia una relazione tra la dimensione estetica e la dimensione etica favorisce la capacità umana di costruire una relazione responsabile con la natura e quindi la capacità umana di costruire un paesaggio responsabile.

Venturo Ferriolo, si occupa dell’estetica del paesaggio e ritiene che la contemporaneità traduca la relazione storica tra gli esseri umani e la natura, sintetizzata dal paesaggio, nella relazione tra la tecnologia potentissima e la natura che sembra quasi essere in pericolo ma al contempo continua ad essere pericolosa se gli esseri umani non sono in grado di costruire una relazione responsabile con essa.
In relazione al concetto di paesaggio, introduce la nozione di giardino che è istruttiva in quanto indica un qualcosa di circondato e quindi di separato da altro da sé e alla dimensione separata aggiunge un significato archetipo cruciale ovvero il giardino è l’Eden, archetipo della relazione felice al suo grado massimo tra gli esseri umani e la natura e quindi modello del paesaggio felice.
Il segreto della felicità starebbe quindi nella buona relazione con la natura, allora l’architettura, intesa come gesto che separa il kosmos da chaos, deve ispirarsi comunque alla natura ed essere continuo. Ancora una volta, per costruire uno spazio felice è necessario prendere le regole dalla natura.
La tesi di Ferriolo ha a che fare con una fondazione etica del progetto che significa attenzione al topos in termini di luogo ma anche di archetipo (giardino universale) in questo modo richiama Platone il quale insegna che comparare il particolare con l’universale è un ottimo metodo di costruzione.

D’Angelo crede che l’attenzione alla bellezza del paesaggio può significare anche l’attenzione nei confronti della sua tutela e parlare di paesaggio in termini di identità estetica dei luoghi, basti pensare al fatto che fino a pochi decenni fa, nei documenti di tutela del paesaggio non compariva la nozione di bellezza perché ritenuta illegittima.
Tra i valori da difendere, oltra la forma e l’identità dei luoghi, si aggiunge anche la bellezza.

Ci si interroga su cosa sia possibile fare per progettare una relazione sostenibile tra gli esseri umani e la natura, cioè costruire un paesaggio sostenibile.
La contemporaneità è caratterizzata da un potere umano inedito di invadere la natura ma la natura continua ad essere caratterizzata dal suo potere di invadere lo spazio umano, occorre quindi trovare una soluzione ovvero ricercare le condizioni alle quali le due tensioni invasive conservano un equilibrio.
Parlare di sostenibilità del paesaggio significa coinvolgere altre discipline quali l’estetica e la filosofia morale, l’esteticità del paesaggio è essenziale all’identità di un luogo in quanto è l’esibizione sensibile della sua totalità ovvero naturale e artificiale.


Tratto da ESTETICA DELL'ARCHITETTURA di Francesca Zoia
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