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La rivelazione


La rivelazione esige che si rispettino due condizioni. Dio si rivela perché l'uomo si abbandoni fiducioso al suo mistero. La rivelazione è tale se dà qualcosa che la ragione dell'uomo non sarebbe in grado di accertare. Infatti, se le verità rivelate avessero potuto essere conquistate dalla nostra ragione, non ci sarebbe nessun bisogno della rivelazione. Dato che il rivelarsi di Dio è ricerca dell'uomo, della sua unità, la rivelazione ci cerca nella nostra profondità più decisiva. La parola rivelata è parola da cuore a cuore, che coinvolge l'essere di Dio al nostro essere; la rivelazione deve quindi si essere una parola nuova che comunica in più di quanto il mondo già dice alla nostra intelligenza, ma deve anche potersi tradurre in una comunicazione a noi comprensibile.
Dio, quindi, dovrà farsi intendere dall'uomo parlando alla maniera dell'uomo, adottandone immagini, linguaggio. Se Dio infatti ci parlasse con un linguaggio che va oltre le nostre possibilità di comprenderlo e di decifrarlo, la sua parola per noi sarebbe come se non esistesse. Allo stesso tempo non si può però pretendere che la rivelazione sia abolizione del mistero, perché se così fosse non sarebbe rivelazione; ciò significa che mai il mistero della rivelazione può essere ridotto ad uno dei tanti concetti di cui la ragione dispone. Manifestandosi, Dio permette che si conosca di sé quanto egli giudica necessario alla nostra vita, proprio per questo il suo comunicarsi non annulla la trascendenza della divinità. La conoscenza della rivelazione è di una forma di amore partecipato che un discorso astratto, è la vera sapienza e comunque la fede.
La prima comunità cristiana ha testimoniato che la salvezza è presente nell'avvenimento del figlio di Dio che si è fatto uomo, muore e risorge per noi: non c'è nessun altro nome nel quale è stabilito che possiamo essere salvati.
La fede non vive, dunque, senza la ragione. Sant'Agostino è un esempio di come la ragione e la fede si completino nell'unità dell'animo di chi dice che ama la verità. Sant'Agostino dimostra che si può essere filosofi e cristiani, o cristiani e filosofi. Sa e insegna che la fede precede la conoscenza, ma non accetterebbe mai di considerare la decisione di credere come un atto irrazionale; anzi è vero il contrario: che la fede precede la ragione, è secondo ragione.
Credere è una modalità originale del conoscere, e come tale implica un esercizio effettivo del pensare. L'intelligenza è quindi a servizio della fede, ma la fede è donata all'uomo in vista dell'intelligenza. Poiché poter conoscere la verità, è la condizione razionale che fa si che la rivelazione si accolta e pensata come tale, su questo piano fede e ragione si distinguono ma non si separano. Teologia e filosofia si prestano dunque un reciproco aiuto, perché la fede illumina il cammino della mente e questa, in quanto capace di un giudizio certo di credibilità, contribuisce a costruire una base per la fede. Inoltre, l'unica fonte sia della verità teologica che della filosofia è Dio, che non può mettersi in contraddizione con se stesso.
Se guardiamo alla loro origine, la teologia nasce dall'udire, la filosofia dal riflettere.
La fede è sempre ricezione di qualcosa che il pensiero non realizza: possiamo dire che la fede è quel pensiero paradossale che permette all'uomo di accogliere l'impensabile. La stessa intelligenza della fede, cioè la teologia, è sempre un ripensamento di quello che in precedenza si è solo ricevuto. La filosofia è in sostanza il frutto della riflessione: nasce sempre dal pensare di un soggetto che desidera portare la natura profonda della realtà fuori dall'apparenza. Il sapere della fede supera la filosofia che non riesce ad attingere al mistero. Davanti al mistero, il filosofo ha bisogno di un'energia molto più grande di quella posseduta dalla sua ragione. A questo punto il riflettere lascia il posto all'udire. La filosofia non ha quindi i mezzi per scoprire le verità della rivelazione, può fare molto però per mettere in rilievo il significato che essa ha dell'uomo per il mondo.
Un atteggiamento antifilosofico finisce quindi per favorire l’irreligiosità e l'ateismo. Non è raro, infatti, assistere alla convergenza del fideismo e del razionalismo: due posizioni apparentemente opposte, ma unite dalla volontà comune di separare la fede dalla ragione.
Mentre il fideismo priva la fede della razionalità che le appartiene, il razionalismo non riconosce alla ragione il suo volersi superare che è nella sua natura. Sia il fideismo sia il razionalismo negano che la rivelazione sia incapace di accogliere tutto l'uomo.
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