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Dall’inclusione sociale all’amicizia universale


Solo distaccandosi da sé, si è nella condizione di comprendere davvero l’utilità di tutti e quindi il proprio reale vantaggio. Se non vi è distacco è impossibile attingere un’idea di utile che non sia il radicalizzarsi dell’egoismo. Mandeville dice “vizi privati, pubbliche virtù. Gli uomini nel dare sfogo al loro egoismo, nel perseguire i loro interessi, sviluppano la civiltà”.
L’accrescersi e il complicarsi dei bisogni esige nuove risposte, di qui lo sviluppo della ricerca, l’invenzione. Di qui l’incremento della mobilità sociale e l’ampliamento delle “libertà sociali”, il potere di agire con minori restrizioni. In questo quadro il lusso lungi da essere un vizio, è suprema virtù, non spreco ma motivo di sviluppo. Ma non esiste unno sviluppo senza limiti. Se c’è stato un tempo in cui l’essere smoderato poteva essere motivo di pubbliche virtù, oggi si volge di nuovo in vizio. Oggi bisogna ricominciare a discernere tra ciò che è necessario e ciò che è superfluo per evitare lo spreco di risorse e il cattivo impiego di esse. Chi gode del benessere, infatti, non è per nulla intenzionato a perderlo, anzi tende ad accrescerlo. L’Occidente, come “società dei diritti” è indubbiamente un modello, come forma di vita non è detto che lo sia. La cura di sé meglio riesce se è sinergica con un generale prendersi cura, se ha a cuore quel che è comune.
Le morali appaiono coattive, nella forma del semplice “si deve”, quindi cessano di essere utili. Nietzsche dice che le azioni vengono sentite come morali solo allorquando non se ne scopre più l’utilità”. La  conformità ad una regola diviene insostenibile se non se ne scorge il beneficio. Nell’antichità, gli uomini hanno dovuto costruire nuove relazioni. Allentatisi i legami di appartenenza, hanno creato comunità di elezione, aggregazioni locali. Di qui incontri di culture, cosmopolitismo. Ora viviamo in un mondo che non ha più centro. Viviamo in un transito, siamo un transito, la nostra vita è un passaggio. A differenza di altri tempi, oggi gli uomini hanno dimenticato l’origine, non hanno più la meta. Quando l’obbedienza era una virtù, era doveroso lasciarsi guidare. Da quando abbiamo dissolto l’obbedienza per la libertà, tocca a noi “darci legge”: patteggiare la nostra legge con quella degli altri per vivere bene. Ognuno deve prendere in cura se stesso.
L’aver cura di sé decade se non si compie nel sentimento di un più grande “aver cuore”. Ci si migliora se nel coltivare noi stessi si coltivano le possibilità di un’universale amicizia, se rimaniamo dentro di noi non possiamo crescere né diventare più ricchi.

Tratto da GUIDA ALLA FORMAZIONE DEL CARATTERE di Anna Bosetti
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