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Il tocco pianistico

  

Nel lungo paragrafo dedicato al tocco, Casella si avvale del giudizio di Leimer, secondo il quale "l'esecuzione dipende in gran parte dalla scelta del tocco giusto". Giustamente l'autore sfata il mito che vede il tocco come qualità innata e pertanto non acquisibile mediante lo studio. Quindi passa ad una analisi più approfondita dei fattori che determinano la varietà di timbro, che, secondo gli studi di Helmoltz, sono sostanzialmente tre: a) il modo di percuotere la corda; b) il punto dove la si percuote; c) lo spessore, la tensione, l'elasticità della corda e la sua materia. L'unico fattore controllabile dal pianista è il primo, ed è quindi quello che determina la possibile varietà di tocco. La qualità del suono pianistico, che dipende unicamente dalla varia dotazione di armonici al momento dell'emissione, risulta pertanto solo dalla velocità più o meno grande con la quale il martelletto incontra la corda. Sembra in realtà questo un concetto abbastanza riduttivo del problema, in quanto alla messa in azione di un tasto concorrono, oltre alla velocità, anche l'energia o la forza impiegatevi, o ancora il peso, nonché il punto in cui si percuote il tasto. Casella elenca quindi le principali specie di tocco: a) tocco normale; b) tocco brillante; c) tocco duro e metallico; d) tocco cantabile (per il quale sottolinea l'importanza dell'elasticità dell'intero sistema dita-polsoavambraccio); e) tocco impressionista (al quale risultano indispensabili la totale rilassatezza del braccio e una particolare incurvatura delle dita che permette di sfruttarne al massimo la sensibilità).
  
Casella consiglia quindi di esercitarsi nel riprodurre colore e intensità diverse di suono tra le due mani e tra diverse voci. Citando la frase di Paderewski "Gli alunni passano troppo tempo a suonare e troppo poco a studiare", Casella afferma che "se è indispensabile un certo quantitativo minimo di pratica quotidiana è non meno vero che è perfettamente inutile passare troppe ore alla tastiera". Ancora una volta evocando l'esempio di Busoni, egli fissa a quattro ore giornaliere il tetto massimo di ore di studio, meglio se suddivise in otto mezze ore, in quanto il cervello umano non sarebbe capace di dedicarvi attenzione più a lungo.
Tratto da IL PIANOFORTE DI ALFREDO CASELLA di Anna Romano
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