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Il mare come vocazione e gli incontri fatali di Garibaldi

Sebbene l'immaginario popolare lo voglia cavaliere, Garibaldi fu innanzitutto uomo di mare e dedicò gli anni della sua giovinezza (1824-1833) alla navigazione mercantile, spingendosi fino al Mar Nero. E' proprio durante un viaggio in Oriente, almeno secondo la sua autobiografia (le celebri Memorie) che un incontro fatale segna una svolta nella sua carriera. E' il 1833 quando sulla Clorinda, in viaggio verso Costantinopoli, vengono imbarcati alcuni esuli saint-simoniani, guidati da Emile Barrault. Durante la traversata, quest'ultimo illustra al giovane ufficiale nizzardo la dottrina di Saint Simon e gli trasmette l'insegnamento a cui Garibaldi dirà di essersi ispirato per tutta la vita: «l'uomo il quale, facendosi cosmopolita, adotta l'umanità per patria e va a offrire la spada e il sangue ad ogni popolo che lotta contro la tirannia, è più di un soldato: è un eroe». Durante lo stesso viaggio, a Taganrog, sul Mar d'Azov, Garibaldi fa un altro incontro cruciale: conosce un giovane ligure, di cui nelle Memorie non si specifica l'identità, che in un'osteria frequentata da marinai italiani espone le idee mazziniane, parlando della Giovine Italia, unità nazionale, repubblica e indipendenza. Garibaldi ricorda nella sua autobiografia: «Certo non provò Colombo tanta soddisfazione nella scoperta dell'America, come ne provai io al ritrovare chi s'occupasse della redenzione patria».

Tratto da IL MITO DI GARIBALDI NEL RIO GRANDE DO SUL di Isabella Baricchi
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