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Uno standard per il risk management finanziario del portafoglio di negoziazione: Il value-at-risk (VAR)


Prima della diffusione del metodo VAR la quantificazione del rischio delle posizioni era legata a misure specifiche e non confrontabili.
Il Var infatti, soddisfa il bisogno di uniformità, esprimendo il rischio di qualsiasi posizione (o di qualsiasi portafoglio) in ammontare di valuta domestica.
Il VAR di un’attività, quindi, può essere definito come la perdita massima di valore dell’attività che non sarà ecceduta con un dato livello di confidenza.
Esistono molte tecniche per stimare il VAR di una posizione; la più semplice e ipotizzata ipotizza che le variazioni percentuali dei fattori di mercato (tassi di interesse, di cambio e corsi azionari) seguano una distribuzione normale, i cui parametri (media e deviazione standard) vengono ricostruiti tramite l’analisi dei dati storici.
Nota la deviazione standard, è possibile associare a un suo multiplo un dato livello di confidenza per le variazioni dei fattori di mercato, determinando il valore del VAR. Nel caso di calcolo del VAR su orizzonte giornaliero, solitamente si ipotizza, per semplicità, che la media delle variazioni percentuali sia nulla: la distribuzione normale adotta ha quindi media zero.
Per quanto riguarda l’interpretazione del VAR, occorrono alcune considerazioni:
Dato che il VAR misura un perdita e non un profitto, le variazioni positive del tasso di cambio giornaliero non interessano. Il calcolo del VAR si concentra quindi sulla metà della distribuzione normale che descrive le variazioni negative di valore della posizione.
Il valore trovato deriva dall’ipotesi di normalità della distribuzione dei rendimenti giornalieri; se i dati empirici violano questa ipotesi, le conclusioni tratte potrebbero risultare inesatte.
I parametri di questa distribuzione normale sono stati definiti sulla base di dati storici, ma non sono stimati e non sono noti con certezza.
Esistono altre metodologie di stima del VAR che prescindono dall’ipotesi di normalità, ma neppure queste possono evitare le problematiche derivanti dall’utilizzo di dati storici nella stima dei parametri delle distribuzioni dei fattori di mercato.
Dato che le banche gestiscono portafogli di strumenti finanziari, i VAR delle singole posizioni devono essere aggregati per giungere a una misura complessiva del VAR del portafoglio di negoziazione. Questa aggregazione viene effettuata tenendo conto dei coefficienti di correlazioni tra le variazioni dei singoli fattori di mercato (sarebbe infatti semplicistico considerare la somma delle singole posizioni).
I pregi del VAR come misura di rischio sono:
è facilmente comunicabile e comprensibile, anche da non specialisti
consente il confronto tra esposizioni derivanti da strumenti e mercati diversi
consente di analizzare il contributo marginale di nuove esposizioni al rischio complessivo di un portafoglio, semplicemente attraverso il suo calcolo con e senza le nuove esposizioni
consente, nell’organizzazione di una struttura di negoziazione, di assegnare limiti di posizione dipendenti dalla volatilità del mercato sottostante.
Limiti. Al di là dei tecnici limiti, che dipendono in maniera specifica dall’impostazione teorica utilizzata, occorre ricordare alcune limitazioni metodologiche:
Ogni estensione della metodologia (oltre l’ambito della misurazione dei rischi delle attività di negoziazione) amplifica le difficoltà di applicazione.
Il VAR non dice nulla su quanto può accadere se la perdita eccede il VAR stesso (nonostante in realtà non sia possibile perdere più dell’intero controvalore della posizione).
Tratto da IL SISTEMA FINANZIARIO di Alessia Chiovaro
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