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Il sovvertimento dei valori artistici tra il 1790 e il 1870


L’interpretazione progressista della storia del gusto ha inteso ogni nuova scoperta (dell’arte medievale, di quella orientale, dei manieristi o degli accademici del scolo XIX) come una sorta di vittoria dell’Illuminismo. Ma il problema appare allarmante altresì per un altro motivo: Haskell non crede che le variazioni di gusto siano riscontrabili in pari incidenza nel vivo di altre arti; sebbene l’architettura rappresenti l’ovvia eccezione a una generalizzazione, questa distinzione tra le nostre reazioni al cospetto delle molteplici espressioni dell’arte induce a concludere come il possesso, e di conseguenza, per definizione, l’interesse di ordine finanziario, svolgono un ruolo notevole nel processo che stiamo esaminando. Il sovvertimento dei valori artistici avvenuti tra il 1790 e il 1870 è stato senza dubbio il più clamoroso fra quanti ci sono noti e su di esso Haskell concentra l’attenzione. Il secolo XVIII è stato profondamente dominato dal problema del Gusto nonché dalla possibilità o meno di stabilire criteri permanenti che consentissero di codificarlo, ma sebbene i cambiamenti di gusto siano stati frequenti e fatti oggetto di intense diatribe, sorprende che abbiano turbato in misura pressoché inconsistente la gerarchia implicitamente accettata sin dalla quarta o quinta decade del secolo antecedente. In Francia, verso la metà del Settecento, quasi tutti erano disposti ad ammettere che i piccoli quadro olandesi o fiamminghi incontravano il gusto di quasi tutti i collezionisti assai più dei grandi dipinti italiani di età barocca o rinascimentale. Nessuno peraltro scrisse mai (a differenza di quanto avrebbe fato un secolo dopo Thoré) che erano sorretti da una più elevata qualità morale, e di conseguenza estetica. Perché pittori a lungo ignorati o disprezzati, come Piero della Francesca, Botticelli, Vermeer, El Greco, vennero entusiasticamente riscoperti, mentre altri, come Guido Reni, caddero nell’oblio?

Gli orientamenti del collezionismo pittorico dalla fine del XVIII al XIX secolo: cause.

Haskell ci dimostra che i mutamenti del gusto e delle mode non sono dovuti a capricci del momento o a scelte personali, ma sono provocati da cause ben precise e identificabili: la disponibilità dei capolavori riconosciuti, l’influsso dell’arte contemporanea, il condizionamento delle teorie estetiche dovuto a convinzioni religiose o politiche, la funzione svolta dalle collezioni pubbliche o private, l’influenza delle nuove tecniche di riproduzione e del linguaggio nella diffusione di opinioni nuove sull’arte e sugli artisti. Haskell in altre parole, applicava i concetti di gusto, moda e mercato, peraltro con una mal celata perplessità nei confronti di quest’ultimo e degli interessi di ordine finanziario, per spiegare l’evolversi degli orientamenti assunti dal collezionismo pittorico in un arco di tempo a ridosso della fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX.
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