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Cambiamenti nel mondo del lavoro


Inoltre, i cambiamenti strutturali si riferiscono soprattutto alla tipologia di lavoro. All'inizio della modernità troviamo un mercato del lavoro che era incentrato sull'industrializzazione (lavoro operaio). Con il XX secolo si assiste ad un cambiamento dei settori occupazionali: lavori impiegatizi più che occupazionali. All'inizio del XXI secolo questo processo si accentua sempre di più. La diffusione delle tecnologie ha mutato i processi produttivi industriali. Alcuni autori sostengono che ci troviamo difronte ad un nuovo ordine economico (livello macro-strutturale). Qual'è la percezione di questo nuovo cambiamento? Se da un lato la società industriale ha messo in atto un meccanismo di identificazione con il lavoro, dall'altro i cambiamenti macro-strutturali hanno agito su questo meccanismo di identificazione. Il lavoro racchiude una serie di informazioni chiare su chi siamo e, inoltre, garantisce una serie di esperienze sociali.
Negli anni 60 il lavoro costituiva un elemento stabile per l'identità individuale insieme alla famiglia. Oggi è ancora così? A tal proposito c'è qualche dubbio.
Negli anni 70-80 il sistema industriale pare arrancare in una situazione di stallo e questo porta all'aumento della disoccupazione. Alcuni sostengono che è solo un momento congiunturale: il sistema capitalistico ha in sè gli strumenti per riassorbire la manodopera in altri settori (la tecnologia ha portato ad un esubero di manodopera). Ma nella realtà le cose non sono andate proprio così: anche se ci sono stati settori emergenti, non tutta la manodopera è stata riassorbita.
La soluzione a tutto questo è data dalla flessibilità del lavoro: buona parte della disoccupazione viene trasformata in un altro tipo di disoccupazione: la sotto-occupazione. Viene a cambiare il modello standard di lavoro basato su tre aspetti: orari, reddito e contratto.
Lo spazio fisico del lavoro, oggi, non ha più confini: da un lato rende vantaggi dal punto di vista del produttore, mentre il cittadino è meno facilitato (implica una forte mobilità spaziale al lavoratore).
Gli orari di lavoro sono anch'essi soggetti a flessibilità: gli orari classici vengono stravolti. Una diversa distribuzione degli orari di lavoro implica anche una diversa redistribuzione del reddito e una riduzione del livello di crescita professionale.
Sul tema del contratto di lavoro, oggi, il dibattito è molto ampio; non esiste più il contratto a vita come un tempo. I vari paesi stanno adottando soluzioni diverse per fronteggiare questa tematica (Zapatero: stabilire un max per i contratti a termine con il diritto ad un contratto indeterminato).
Ciò che appare oggi è la compresenza di due modelli del lavoro: da un lato un modello standardizzato (con i tre fattori), dall'altro un modello de-standardizzato. La sotto-ccupazione non è altro che la sintesi tra impiego e non impiego (part-time). Assistiamo ad una normalizzazione di quest'ultima categoria sia a livello istituzionale che biografico. Per quanto riguarda il primo livello, gli stati riconoscono questo nuovo modo di lavorare e promuovono dei mezzi per permettere questo tipo di lavoro. Per il livello biografico, gli individui hanno acquisito questo modello de-standardizzato del lavoro.
Secono Beck la redistribuzione del reddito e queste nuove forme contrattuali hanno depotenziato le garanzie sociali e vede tutto ciò come una minaccia per il futuro.
Altri autori sostengono che questo nuovo modello di lavoro permette al soggetto di avere più tempo libero; ma in realtà non è così: si ha più tempo libero per coltivare le proprie passioni ma poi non si hanno i mezzi per portarle avanti.
Questo processo si riflette soprattutto sulle nuove generazioni, per questo parliamo di de-ideologizzazione del lavoro: viene smarcato da una cognizione positiva, non è più considerato un fattore protettivo per l'identità. Le nuove generazioni considerano il lavoro un fattore importante ma accanto ad altri valori (c'è un minore attaccamento rispetto al passato). Il lavoro viene considerato non solo nella sua dimensione strutturale (mantenimento), ma viene visto come una funzione espressiva (realizzazione personale).
Un altro elemento che si incastra nel discorso della disoccupazione per le nuove generazioni è l'innalzamento del livello d'istruzione. Il problema sorge quando i giovani dimostrano una resistenza a redimensionare le proprie aspettative lavorative (ciò avviene soprattutto in Italia dove vengono rifiutati i lavori manuali per chi ha titoli di studio; mentre in Germania è stata istituita una qualifica dei lavori manuali).
Tratto da LA SPENDIBILITÀ DEL SAPERE SOCIOLOGICO di Angela Tiano
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