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Dualismo dei sessi applicato agli strumenti



Alcuni strumenti possiedono caratteristiche discordanti che appartengono a entrambe i sessi e hanno perciò connotazioni ambigue e contraddittorie. Una tromba ottenuto tagliando la sommità di una conchiglia o di un guscio è maschile e aggressiva in virtù del suono aggressivo e terrificante ma poiché deriva da un animale acquatico e per la sua fessura e le sue labbra ha anche una connotazione femminile; essendo androgina serve a un tempo per i riti sia solari che lunari, per l’iniziazione di un fanciullo o per le danze mistiche eseguite da donne, la cui vista è interdetta agli uomini. Lo scambio dei ruoli è anche motivato dal conflitto tra forme e funzione sonora: i tamburi e i cembali di legno, arrotondati e cavi, sono femminili per forma ma maschili poiché il primitivo vede nell’atto della percussione un simbolo del coito.
Il sonaglio che si rotea sopra il capo e quello ricavato dalla zucca costituiscono due esempi significativi di rivalutazione delle loro connotazioni: nelle civiltà australiane meno evolute il primo dei due, che produce un suono simile alla voce di un fantasma, allontana le donne durante la circoncisione dei ragazzi nella foresta, nel caso in cui la donna veda deve essere uccisa, si crede che tale suono trattenga le forze degli antenati e fecondi il grembo delle donne. In Nuova Guinea le fanciulle che hanno raggiunto la maturità lo roteano attorno al capo in un incantesimo amoroso. Il sonaglio ricavato da una zucca possiede una gradazione più limitata di significati, quando finiscono i loro incantesimi le donne smettono di scuoterlo e lo lasciano come gioco ai neonati.
Il dualismo dei sessi ha la sua parte anche nel passaggio di certi strumenti dai concetti originari del mero suono al contrasto premelodico di alto e basso, i giapponesi ad esempio chiamano la bacchetta di destra maschio e quella di sinistra femmina nel caso dei cembali a fessura. Il concetto di maschio e femmina indica uno stadio importante della storia della musica strumentale, mentre in tempi arcaici gli strumenti servivano fondamentalmente a marcare il ritmo o a esprimere dei semplici suoni, senza sforzarsi di produrre melodie con la voce, nella fase del contrasto sessuale assistiamo all’arricchimento del linguaggio strumentale tramite l’opposizione di alto e basso, prodotta dal "padre e dalla madre" di una coppia di tubi o dalle due labbra della fessura di un cembalo, ad esempio. Questa possibilità di apprezzare la qualità alta o bassa rappresentano un’evoluzione naturale dal concetto monotonico alla melodia.
Tra gli strumenti effettivamente melodici abbiamo il flauto, in quella fase non sono ne troppo lunghi ne tanto meno corti, medie proporzioni, e vi è una caratteristica che li eleva a un livello su cui possono competere con la voce umana nel canto: si tratta dei fori aperti o chiusi che variano la lunghezza della sezione del flauto che determina la nota e fanno si che sullo strumento si possano eseguire melodie rapide o lente. Staccate, legate. . Gradi o per salti, con accentuazioni morbide o con cascate spumeggianti. Questi fori si presentano nelle disposizioni più strane, due intervalli musicali di eguale ampiezza richiedono sullo strumento passaggi diversi, di cui il 2° sarà più breve del 1° e così via. La progressione dei fori più che armonica deve essere aritmetica. I flauti si diversificavano per lunghezza e per distanza dei fori. Questo è uno strano esempio di rinuncia al senso dell’udito in favore della vista e del tatto, i fori sono posti a una distanza che possa rendere agevole la digitazione senza escludere l’intervallo più lungo tra i due gruppi di fori. Per quanto riguarda l’accordatura viene fatta facendo affidamento al righello più che all’udito e comunque sia qualunque tentativo si faccia, l’imperfezione musicale di uno strumento forato in base a criteri non musicali permette al flautista una libertà d’intonazione peraltro gradita, indipendente dalla tirannide di un sistema preconcetto ed esigente, chi suona un flauto moderno Bohem non lo è.
Per quanto riguarda gli strumenti a corde, si dividono generalmente in due tipi: quelli a corde vuote e quelli a corde piene. Il primo gruppo è accordato a orecchio secondo un ciclo di quarte e di quinte, mentre il 2° gruppo è regolato da un sistema divisivo entro cui metà della corda produce l’ottava della nota aperta, un terzo della sua lunghezza da la quinta; un quarto la quarta, un quinto la 3° maggiore e un sesto la terza minore. Ma esistono molte altre varie tecniche di accordature, peraltro insolite; in Uganda le arpe non sono solo ben temperate ma anche isotoniche, si divide in pratica l’ottava in 5 intervalli uguali di 240 cents ciascuna, definiamo tale accordatura isopentatonica. Le intonazioni isotoniche hanno una strana corrispondenza negli xilofoni africani i quali vengono accordati secondo uno schema isoeptatonico cioè con 7 intervalli di 171 cents in un’ottava; tale schema corrisponde ai generi impiegati in Thailandia e a Burma nell’Asia sudorientale.
Gli xilofoni africani ci introducono in un terzo regno, quello degli strumenti portatori di melodia: le campane a percussione, lastre, gong, coppe, a volte anche tamburi. La serie è definita dal fabbricante degli strumenti e il suonatore deve obbedire alla sua accordatura qualche modifica gli è concessa aggiungendo o asportando pezzetti di cera dove è necessario. Gli xilofoni ma soprattutto i loro parenti più prossimi i litofoni ci riportano alle curiose pietre ritrovate negli scavi condotti in Indocina nel 1949 risalenti al megalitico, si pensa fossero strumenti musicali con tanto di scala pentatonica completa, anche se l’unico dato di natura musicale è che tali pietre producono note diverse determinate quando sono percosse con un martelletto.
In India il tamburo ha un ruolo musicale di primo piano, è indispensabile negli assolo e nelle esecuzioni d’insieme, questo anche nell’Africa nera, ma abbiamo anche corni, oboe e clarinetti magari introdotti in tempi più recenti nelle isole del pacifico, le quali, a parte i flauti pan, sono povere di strumenti, altrettanto vale per gli Indiani d’America.

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