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Il periodo riflessivo di F. Quevedo y Villegas


Dal 1631 la sua polemica anticultista si fa più pacata e basata maggiormente su una positiva politica culturale che propone ai contemporanei l’abbandono del gusto imperante del cultismo, segnalando autori (Fray Luis de Leon e Francisco de la Torre) non intaccati da quello che definisce cattivo gusto. La lirica non satirica di Quevedo, posteriore soprattutto al 1613, viene divisa in poemas metafisicos, poemas morales e poemas amorosos, oltre a sezioni minori. I primi sono dodici composizioni che esprimono gli stati d’animo più personali e segreti del poeta, costruiti su una intuizione della vita che diventa morte stessa, piuttosto che attesa di questa. I poemas religiosos trasferiscono il binomio morte – vita dall’ambito angustiato dei metafisicos, alla meditazione dei momenti più drammatici della passione di Cristo. Molti dei poemas morales, che invece sono ispirati a filosofi pagani, come Seneca ed Epitteto, passano invece alla tematica dei trattati, sia ascetici sia etico politici. I poemas amorosos poggiano su una solida base concettista, e Quevedo dà un timbro personale all’opera, suggellandola nel segno di una passione amorosa non duratura ma bruciante.
Nei Poemas, soprattutto quelli morali e amorosi, Quevedo si ferma spesso su singoli oggetti, elevandoli a simboli della sua meditazione; sono oggetti meccanici, come una meridiana o un orologio, o di uso scientifico, come calamite e strumenti alchimistici vari che testimoniano l’eclettismo del personaggio, o ancora bestiari medievali, o lapidari, che segnano il suo forte medievalismo, o figure mitologiche e parole peregrine o erudite che testimoniano un conscio o meno gongorismo.

Tratto da LETTERATURA SPAGNOLA di Gherardo Fabretti
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