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Gadamer – I tre stadi dell'unificazione del linguaggio: grata, velo, lampo


Gadamer distingue tre stadi in cui il linguaggio può unificarci. In primo luogo il linguaggio è una grata. Lo è già nel caso dell’apprendimento linguistico: in un bambino la lingua non è solo la grata che costituisce un impedimento, ma è altresì la grata con cui può passare la comprensione intima.

Wittgestein ha detto che non può esserci linguaggio privato. Il linguaggio è dialogo. Una parola che non raggiunga l’altro è una parola morta. Il dialogo è dialogo con l’altro ed ogni parola richiede nell’istante il tono giusto per superare la grata, la grata dell’essere-altro e per raggiungere l’altro.

Gadamer chiama velo della lingua la seconda funzione connessa con la prima. Il velo avvolge ogni tentativo di evitare durezze e asprezze. Il velo ha tuttavia anche il suo risvolto spinoso. Perciò è vero il detto di Talleyrand secondo cui la lingua è il mezzo migliore per occultare i propri pensieri.

Questa è l’arte del diplomatico. Ma quest’arte non rappresenta solo qualcosa di negativo. L’arte di occultare i propri pensieri riesce infatti a toccare il terreno dell’accordo. Gadamer chiama infine lampo della lingua il terzo stadio. In tutte le parole misurate, può balenare un lampo.

Gadamer conclude illustrando con l’esempio di un lampo linguistico il ritorno alla lingua. E’ una famosa sentenza di Eraclito che Heidegger aveva inciso sulla porta del suo rifugio a Todtnauberg: “E’ la luce del lampo che tutto governa”. La luce istantanea del lampo fa apparire all’improvviso il mondo in una chiarezza accecante. E anche se tutto poi ricade nella notte profonda, nondimeno ci è stato concesso un istante di orientamento in cui riconosciamo qualcosa della vita dello spirito.

Gadamer giunge infine ad un ultimo stadio, il cristallo della lingua. La parola non rievoca solo la grata della lingua. Ricorda pure il cristallo la cui grata ha una solida struttura matematica. Così è pure, quando il flusso del discorso acquista una figura solida nella poesia.

Tratto da LINGUAGGIO di Domenico Valenza
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