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Barilli, cinema nella "Poetica" di Aristotele?


Ai tempi di Aristotele erano già chiari e presenti due generi cruciali: i componimenti narrativi, condotti in terza persona erano allora i poemi epici, divisi tra romance e narrative; e l’opera teatrale, suddivisa nelle branche minori della tragedia e della commedia.
Barilli sostiene che la forza dell’insegnamento aristotelico non sta nel predicare un rapporto di annessione, non significa che la dimensione teatrale debba far atto di vassallaggio a favore dell’epica, e così pure il cinema non si deve arrendere alla supremazia del momento teatrale. Aristotele, piuttosto predica una sorta di par condicio, viene a dirci che i vari poemi sono della stessa natura per un lungo tratto di strada, appoggiati agli stessi organi. Insomma è lecito essere cultori generalisti di un’estesa dimensione poetica, comprendente allo stesso titolo sia opere narrative, sia drammi e film, senza inibizioni e divieti.
Aristotele fissa in sequenza le categorie principali di un qualsivoglia poema: al primo posto troviamo la trama, la dieresi, ovvero il “mythos”, non c’è poema lungo senza lo scorrimento di una storia. Al secondo posto viene l’ethos, che sarebbe lo spessore etico, psicologico, sociologico del personaggio. Poi la lexis ovvero il linguaggio che viene messo in bocca ai personaggi.
Barilli sostiene inoltre che un Aristotele redivivo, chiamato al paragone finale, cioè a pronunciarsi circa il ruolo da assegnare al cinema, probabilmente si sarebbe pronunciato a favore di quest’ultimo, perché la performance fornita dal film è più piena, organica, totalizzante, nei movimenti, nei suoni, nella cattura dei dati ambientali, di quanto sia concesso alla controparte teatrale. I poemi più risolti e salutati da maggior consenso popolare, al giorno d’oggi, sono proprio i film. Nonostante ciò sembra che ci sia un tratto separante e pesante, tra la vita dei poemi affidati alla stampa e alla trascrizione verbale e quelli che vivono sulla celluloide, o sul supporto elettronico, nella pienezza dei dati sensoriali, a cominciare da quelli visivi. Un famoso cultore del campo delle arti visive, Carlo Ludovico Ragghianti, sul finire degli anni Trenta, ha avuto il coraggio di proclamare che il cinema sarebbe un arte visiva, insistendo sul dato estrinseco secondo cui i prodotti filmici colpiscono prima di tutto l’organo della percezione. Il bello è che si può dare ragione per gran parte a quell’illustre e teorico dell’arte; ovvero c’è un vasto continente in cui i prodotti filmici risultano del tutto inerenti all’ambito delle arti visive; ma a fare la differenza possono intervenire ancora una volta le categorie aristoteliche, ovvero bisogna fare una distinzione di fondo tra opere di lunga durata, e di breve durata.

Tratto da LO STILE CINEMATOGRAFICO di Laura Righi
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