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Relazioni Internazionali e le idee liberali

Le idee liberali furono predominanti nella prima fase della disciplina accademica delle Relazioni Internazionali, ma negli anni ‘20 e ’30 la democrazia liberale subì duri colpi con l’avvento della dittatura nazifascista in Italia, Germania e Spagna.

Contrariamente alle speranze di Wilson, non si verificò una diffusione della democrazia, anzi, accadde esattamente il contrario, nel senso che aumentò il numero degli stati autocratici, autoritari e militaristi, che, secondo Wilson, erano quelli inclini a scatenare guerre.
Inoltre, la Società delle Nazioni non divenne mai la forte organizzazione internazionale che, secondo le speranze dei liberali, avrebbe dovuto tenere a freno gli stati potenti e aggressivi.
Anche le grandi speranze di Angell in un graduale processo di modernizzazione e interdipendenza naufragarono a contatto con la dura realtà degli anni ’30 (crollo di Wall Street nel 1929).

L’idealismo liberale non era certo lo strumento teorico più adatto per governare le relazioni internazionale degli anni ’30  il palcoscenico della storia era ormai pronto per una concezione meno fiduciosa e più pessimistica delle Relazioni Internazionali.
Gli studiosi della disciplina accademica delle Relazioni Internazionali cominciarono a parlare il classico linguaggio realista di Tucidide, Machiavelli e Hobbes, in cui il lessico della forza occupava un ruolo centrale.
La critica più esaustiva dell’idealismo liberale fu quella formulata da E.H. Carr. Secondo Carr, bisogna partire da un’idea diametralmente opposta: tra paesi e tra individui esistono profondi conflitti d’interesse. Alcuni individui e alcuni paesi stanno meglio di altri e tenteranno di preservare e difendere la loro posizione privilegiata; i perdenti si batteranno per rovesciare questa situazione  le Relazioni Internazionali riguardano la lotta tra questi interessi e desideri conflittuali.
Altri autori adottarono l’approccio realista, tra i più importanti, Reinhold Niebhur, George Kennan e Arnold Wolfers, ma fu Hans J. Morgenthau a compendiare con maggior chiarezza le tesi centrali del realismo e a esercitare la maggiore influenza sui professori di Relazioni Internazionali.
Per Morgenthau, alla base delle relazioni internazionali c’è la natura umana: poiché gli esseri umani sono egoisti e desiderosi di potere, il loro comportamento tende facilmente a diventare aggressivo e, verso la fine degli anni ’30 non era certo difficile trovare prove a sostegno di tale opinione (Germania di Hitler, Italia di Mussolini, Giappone imperiale).

La natura umana è semplicemente malvagia: ecco il punto di partenza dell’analisi realista.
Il secondo caposaldo riguarda la natura delle relazioni internazionali: la politica internazionale è una lotta per il potere. Non esiste alcun governo mondiale, anzi, c’è un sistema di stati sovrani e armati che si fronteggiano l’un l’altro  la politica mondiale è un’anarchia internazionale e gli anni ’30 e ’40 sembrarono confermare pienamente questa posizione.
È dunque essenziale mantenere un efficace equilibrio di potere, perché questo è l’unico modo per preservare la pace e prevenire la guerra; negoziati e diplomazia, da soli, non possono mai garantire sicurezza e sopravvivenza nella politica mondiale.
La terza componente fondamentale è una visione ciclica della storia. Confutando l’ottimistica visione dei liberali, secondo cui un cambiamento qualitativo volto al meglio è possibile, il realismo pone l’accento sulla continuità e sulla ripetizione: ogni nuova generazione tende a commettere gli stessi tipi di errori delle generazioni precedenti.
Fintantoché gli stati sovrani saranno la forma dominante di organizzazione politica, la politica di potenza continuerà a prevalere e gli stati dovranno badare alla propria sicurezza e predisporsi per la guerra. Molte e differenti possono essere, naturalmente, le cause della rottura.
ES: secondo alcuni studiosi realisti, la conferenza di pace di Parigi del 1919 conteneva già i semi della seconda guerra mondiale: le durissime condizioni imposte alla Germania. Ma per far germogliare quei semi provvidero gli sviluppi interni registratisi in Germania.

Quando, dopo il 1945, le relazioni internazionale assunsero l’aspetto di una contrapposizione Est-Ovest (Guerra fredda) il realismo apparve di nuovo come l’approccio più efficace per dare un senso a quanto stava accadendo.

Il primo grande dibattito fu chiaramente vinto dai pensatori realisti e la concezione realista delle Relazioni Internazionali finì per diventare predominante non solo tra gli studiosi, ma anche tra i politici e i diplomatici. Eppure il liberalismo non scomparve: molti liberali ammisero che il realismo offriva gli strumenti per interpretare le relazioni internazionali negli anni ’30 e ’40, ma a loro giudizio quello era stato un periodo storico con caratteristiche estreme e anormali.
2.
Il secondo importante dibattito nelle Relazioni Internazionali riguarda la metodologia.
Le controversie su questioni metodologiche costituiscono un segnale che le Relazioni Internazionali sono diventate qualcosa di più di una disciplina accademica; tali questioni salirono agli onori della ribalta con la rivoluzione behaviorista nelle scienze politiche, che si verificò negli USA negli anni ’50 e ’60.
2 furono i fatti storici, fonti di discussione:
1. deterrenza nucleare: gli stati sono razionali o no?
2. guerra del Vietnam: quante bombe USA erano sufficienti per portare alla resa dei vietcong, ma senza arrivare all’eccesso?
È necessario tenere presente che gli studiosi delle prime generazioni di Relazioni Internazionali avevano alla spalle un curriculum di studi storici o giuridici  questo approccio è caratterizzato soprattutto da un’esplicita fede nell’esercizio della ragione.
Questo modo di affrontare lo studio delle Relazioni Internazionali è solitamente indicato come l’approccio tradizionale o classico.
Dopo la seconda guerra mondiale, l’importanza della disciplina accademica delle Relazioni Internazionali crebbe rapidamente. Ciò si verificò soprattutto negli USA, dove enti governativi e fondazioni private erano disposte a supportare ricerche scientifiche nel campo delle Relazioni Internazionali.
Quel supporto produsse una nuova generazione di studiosi di Relazioni Internazionali che adottavano un rigoroso approccio metodologico. Si trattava di studiosi con un background accademico molto differente e con idee altrettanto differenti in merito al modo di studiare le Relazioni Internazionali. Queste nuove idee, compendiate sotto la definizione behaviorismo, rappresentavano non tanto una nuova teoria, quanto piuttosto una nuova metodologia che si sforzava di essere scientifica = gli studiosi di scienze naturali riescono a formulare leggi obiettive e verificabili per spiegare il mondo fisico: l’ambizione dei behavioristi è di fare altrettanto per il mondo delle relazioni internazionali.
I behavioristi credono nell’unità della scienza: sono cioè convinti che non esista alcuna differenza sostanziale tra scienze sociali e scienze naturali, che quindi i medesimi metodi analitici, compresi quelli quantitativi, siano utilizzabili in ambedue le aree e che tra le diverse scienze sociali sono possibili e utili studi di carattere interdisciplinare. I behavioristi politici cercano di applicare atteggiamenti e metodi scientifici allo studio interdisciplinare della politica, pervenendo così a concezioni della vita politica riconducibili alla ricerca scientifica.
Gli elementi chiave dell’approccio sono:
la singola persona è l’unità di analisi fondamentale
uno degli aspetti del comportamento politico da porre al centro dell’attenzione è costituito dai ruoli svolti dagli individui nelle strutture politiche
la struttura sociale più importante è il sistema politico.
Lo studi scientifico del comportamento politico richiede una progettazione di ricerca rigorosa, metodi di analisi precisi, strumenti di analisi affidabili, criteri di valutazione adatti, ecc.: tutto ciò è indispensabile per ottenere un corpo affidabile di proposizioni empiricamente verificabili (= una teoria empirica) sulla politica.
I principi di questo approccio furono riassunti da David Easton, uno dei suoi esponenti più autorevoli. Easton tentò di elaborare un modello di sistema politico che fosse utilizzabile per formulare ipotesi e svolgere ricerche empiriche sul comportamento politico: lo stato era la sede dei processi decisionali della società in merito alla politica, un incessante processo interattivo di input → decisioni → output → retroazione → input ecc., studiabile in modo empirico e obiettivo.
Easton non era interessato al problema di applicare la sua versione dell’approccio behaviorista alle relazioni internazionali, ma la teoria dei sistemi fu ulteriormente sviluppata da altri studiosi. Uno dei primi esempi di tali sviluppi fu l’ analisi dei sistemi di Morton Kaplan, che della teoria dei sistemi si servì per operare una distinzione tra differenti tipi di sistema internazionale:
sistema dell’equilibrio di potere
sistema bipolare allentato
sistema bipolare stretto
sistema internazionale universale
sistema internazionale gerarchico
sistema internazionale con diritto di veto.
Secondo Kaplan, i diversi tipi di sistema sono caratterizzati da differenti modalità di comportamento. Se il comportamento di uno stato risulta in contrasto con le aspettative previste dalla teoria, la cosa deve essere indagata e spiegata, e se si scoprisse che non si tratta di un’eccezione isolata potrebbe essere necessario rivedere l’intera teoria  la ricerca empirica dovrebbe promuovere l’affinamento e il miglioramento della teoria empirica. In altre parole, quell’esito anomalo deve essere stato provocato dall’intervento di altre variabili  diventa importante indagare quali sono queste variabili e correggere opportunamente la teoria dei sistemi.
L’applicazione alle Relazioni Internazionali dell’analisi dei sistemi di Kaplan risultò carente sotto molti aspetti. Forse il suo punto debole più ovvio è che le regole sono al tempo stesso descrittive (empiriche) e prescrittive (normative): esse indicano non solo come si prevede che si comporteranno gli stati-attori nel sistema, ma anche come dovrebbero comportarsi.
D. I 2 approcci metodologici alle Relazioni Internazionali, quello tradizionale e quello behavioristi, sono molto differenti:
Scuola della comprensione: il primo è un approccio olistico che accetta la complessità del mondo umano, interpreta le Relazioni Internazionali come componente del mondo umano e si sforza di comprenderlo in un modo umanistico studiandolo dall’interno = immaginare di indossare i panni degli statisti per cercare di comprendere i dilemmi morali che essi fronteggiano nelle loro scelte di politica estera e tenendo conto dei valori fondamentali in gioco, come sicurezza, ordine, libertà e giustizia.
Secondo questo approccio, non è possibile scoprire una verità oggettiva, perché l’uomo è in continua evoluzione.
Scuola della spiegazione: secondo il behaviorismo, nello studio delle Relazioni Internazionali non c’è spazio per l’etica, perché l’etica coinvolge valori, e i valori non possono essere studiati oggettivamente  lo studioso si porrebbe al di fuori della materia, presupponendo la razionalità delle azioni.
I behavioristi non prevalsero nel secondo grande dibattito, ma non prevalsero neppure i tradizionalisti. Dopo qualche anno di vigorose polemiche, il secondo grande dibattito si esaurì.
Tuttavia il behaviorismo esercitò sulle Relazioni Internazionali un effetto duraturo, in larga misura a causa del predominio nella disciplina dopo la seconda guerra mondiale degli studiosi USA. Essi ebbero un peso determinante nell’aprire la strada a nuove enunciazioni sia del realismo sia del liberalismo, che sfociarono in una riedizione del primo dibattito nel quadro di nuove condizioni storiche e metodologiche.
1bis.
Dopo il 1945 il baricentro delle Relazioni Internazionali era la guerra fredda, che si prestava facilmente a un’interpretazione realista del mondo.
Su queste relazioni si basò un nuovo tentativo dei liberali di formulare una teoria alternativa al pensiero realista, che evitasse gli eccessi utopici del vecchio liberalismo (neoliberalismo).
Negli anni ’50, nell’Europa occidentale prese le mosse un processo di integrazione regionale (= forma di cooperazione internazionale particolarmente intensa) che catturò l’attenzione e stimolò la riflessione dei neoliberali.
I. Negli anni ’50 e ’60 in Europa occidentale e in Giappone si sviluppò un’economia del benessere basata sui consumi di massa, che determinò un aumento dei flussi commerciali, delle comunicazioni, degli scambi culturali e di altre relazioni e transazioni transnazionali.
Da questi sviluppi nacque il liberalismo sociologico = una componente del pensiero neoliberale che pone l’accento sull’impatto dell’aumento di queste attività transnazionali. Karl Deutsch e altri sostennero che i collegamenti promossi da tali attività contribuiscono a creare valori e identità condivisi tra i popoli di stati differenti e aprono la strada a relazioni pacifiche e cooperative, rendendo la guerra sempre più costosa e quindi sempre meno probabile.
II. Negli anni ’70 Robert Keohane e Joseph Nye svilupparono ulteriormente queste idee, sostenendo che le relazioni tra gli stati occidentali sono caratterizzate da una completa interdipendenza: alle relazioni politiche dei governi si sommano molte forme di connessione tra società, inclusi i legami transnazionali tra grandi imprese  la forza militare non è più usata come uno strumento di politica estera (liberalismo dell’interdipendenza).
III. In presenza di un alto grado di interdipendenza, spesso gli stati danno vita a istituzioni internazionali che li aiutano a risolvere problemi comuni, promuovendo la cooperazione transnazionale mediante la fornitura di informazioni e la riduzione dei costi. Tali istituzioni possono essere organizzazioni internazionali oppure sistemi meno formalizzati di accordi su attività o questioni di comune interesse (liberalismo istituzionale). I contributi più importanti a questa linea di pensiero sono quelli di Robert Keohane e Oran Young.
IV. La quarta e ultima componente del neoliberalismo, il liberalismo repubblicano, riprende l’idea che le democrazie liberali promuovono la pace, perché non scendono in guerra l’una contro l’altra. Questo filone di pensiero è stato fortemente influenzato dalla rapida diffusione, dopo la fine della guerra fredda, del processo di democratizzazione a livello mondiale. Una versione autorevole di questa teoria è stata proposta da Michael Doyle. Secondo Doyle, la pace democratica poggia su 3 pilastri:
1. la pacifica risoluzione dei conflitti
2. i valori condivisi
3. la cooperazione economica.

Tratto da RELAZIONI INTERNAZIONALI di Elisa Bertacin
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