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Il Piano del Lavoro della CGIL


Di fronte al disgraziato binomio di disoccupazione e miseria, la CGIL cercò di rispondere in questi anni con una strategia lungimirante sintetizzata in un programma nazionale di occupazione: il Piano del Lavoro, presentanto da Di Vittorio nell'ottobre del 1949 al II Congresso nazionale della CGIL. Il Piano prevedeva un programma di spesa pubblica articolato in tre grandi progetti:

- Nazionalizzazione dell'industria elettrica, costruzione di nuove centrali e bacini idroelettrici laddove erano più necessari, soprattutto al Sud.
- Avvio di un vasto programma di bonifica e irrigazione dei terreni.
- Piano edilizio immediato a carattere nazionale per fare fronte alla drammatica carenza di case, scuole e ospedali.

La realizzazione del Piano necessitava di apposite agenzie governative che avrebbero dato lavoro a 700.000 persone per quattro anni; il finanziamento sarebbe avvenuto per tassazione progressiva e Di Vittorio annunciò che la classe operaia, in cambio, era disposta a ulteriori sacrifici. Il Piano in sé aveva molti aspetti positivi, non mettendo in discussione il sistema capitalista e adottando una tattica economica neokeynesiana che non avrebbe dovuto allarmare gli industriali. La CGIL mostrò come essa voleva adottare strategie di ampio respiro e non dettate da ristretti interessi corporativi ma nulla bastò a non fare affondare il Piano. Né De Gasperi né Costa accettarono, considerato che ormai il dado era stato tratto e le battaglie la sinistra avrebbe dovuto vincerle anni prima; ormai la destra era troppo forte e poteva serenamente permettersi i più sonori rifiuti. Il Piano poi aveva delle pecche interne: non mobilitò l'intera classe operaia organizzatae non suscitò l'interesse del movimento contadino, preso ancora dalle lotte in campagna e dall'occupazione di terre; irrigare cosa, se non si possiede nulla da irrigare?

Tratto da STORIA CONTEMPORANEA di Gherardo Fabretti
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