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Cinema italiano. UCI e crisi degli anni Venti


Nel 1919 si costituisce l’UCI, primo trust cinematografico italiano che riunisce i prestigiosi marchi di produzione italiani; il trust si fonda su ragioni industriali e manca una progettualità artistica volta al progresso. Si riempiono scaffali di titoli copiati dai successi passati senza curarsi dei segni di crisi;
Cause della crisi: pretese divistiche assurde, arresto dello sviluppo tecnico, perdita dei mercati esteri, mancanza di ricambio generazionale ed influenza letteraria e teatrale troppo interconnessa: il cinema è ancora dominato dalla parola più che dall’immagine.
Si cerca salvezza nell’opera delle dive offrendo un cinema al femminile che offre tutta la gamma di sentimenti femminili, l’unica che offre qualche cambiamento è Leda Gys in ambito napoletano. La disfatta è accentuata dalla rivalità di due personalità che si scontrano alla direzione dell’Uci, nel frattempo si comincia ad avvertire l’inizio di una radicalizzazione politica che porta ad una censura più stretta. Nel 1923 la United Artists apre una succursale a Roma, seguita dalle altre majors: il cinema italiano diventa mera distribuzione e consumo di quello americano. Quello che colpisce è la mancanza di evoluzione nella ricerca espressiva. All’indomani della marcia su Roma si attribuisce a Mussolini il compito di risollevare il cinema italiano: nel 1924 nasce l’istituto Luce così il regime si assicura il controllo totale dell’informazione cinematografica.  Nella prima fase storica dell’istituto si riconoscono due linee guida: il tentativo didattico educativo e l’intento di porsi a servizio del regime esaltandone le imprese. Tuttavia ci vorranno anni prima che il duce si occupi in modo serio dell’industria cinematografica intuendo le capacità propagandistiche del mezzo.

Ci sono autori che hanno tentato di competere con gli standard americani e francesi, Lucio D’ambra commedie brillanti ponendosi il problema del ritmo, mescola atmosfere del teatro grottesco con le movenze del balletto; è uno dei primi a legittimare la figura del regista come soggetto di una riflessione teorica. Genina è l’autore più attento al pubblico e si caratterizza per un ecletticismo nella produzione, sarà il primo ad innestare elementi del melodramma in storie realistiche e ad iniziare il passaggio tra muto e sonoro, divismo europeo ed americano. L’unica filmografia che resista agli anni di crisi è quella legata alla figura di Maciste, alcune delle cui apparizioni sono guidate dall’esordio registico di Camerini.

Alla vigilia del sonoro capitanato da Blasetti decide di recidere i legami con il passato e passare ad una nuova e più matura forma di produzione, il mondo contadino è il punto di appoggio più efficace. Già da il Sole (1292 Blasetti) si denota uno sforzo di rinnovamento dell’iconografia, con Rotaie (Camerini 1929) si riconosce uno sforzo di mettere a frutto la lezione del Kammerspiel e da questi titoli si comincia a parlare di rinascita.
Tratto da STORIA DEL CINEMA ITALIANO di Asia Marta Muci
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