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Benedetto Croce – Il sogno dell'amore sopravvivente alla passione


Si tratta di un saggio del 1937 ed è uno dei capolavori critici di Croce. Linguisticamente non è dissimile dalla sua generale scrittura quando è “impostata”, cioè quasi sempre. In sostanza: periodi ampi, a panneggi, che seguono sinuosamente lo sviluppo del pensiero, tendenzialmente isocroni e tendenzialmente coincidenti con una unità concettuale che ricorda le strofe poetiche. I periodi sono molto articolati all'interno da subordinate, da incisi in cui cade talora l'enunciato più importante e mossi da frequenti inversioni dell'ordine delle parole, specialmente le giunture aggettivo – sostantivo (calcolati mezzi, inusitata dolcezza) e quelle verbo – avverbio (non più sente, bene aveva). Tipico della scrittura del filosofo è anche il procedere per coppie, a volte doppie in opposizione, che è in lui la forma primaria di distinzione e sfumatura, per via di un uso sapiente dei sinonimi, ma a volte anche del rintoccare di una rima, a partire da quella che ha la maggiore portata filosofica: determinare e particolareggiare.
Dal punto di vista lessicale si direbbe che l'omologo di questi periodi larghi eppure compatti, senza sfrangiature, siano i polisillabi, di portata concettuale o meno, in -zione, -mento e -mente.
Ancora per il lessico: Croce, nato poco dopo la metà dell'Ottocento e fieramente nemico della modernità letteraria, non disdegna, quasi per una seconda natura, le varianti auliche: verno, ingenue, cangiamenti, amicati.
Caratteristiche di Croce sono anche le citazioni letterarie, scoperte o coperte: tracce della Traviata di Verdi a 46 – 47 e di Pascoli a 67.
Moderato invece il linguaggio propriamente filosofico, come di chi sappia distinguere i generi della propria scrittura.
Al gusto per le coppie oppositive o distintive corrisponde, a partire dalla parola singola, quello per la replicazione, in genere variata: tramonta – tramonto; ancora – ancora; riconoscere che la ragione aveva ragione.
Tutto ciò dà a queste pagine una grande continuità, che rifugge da ogni improvvisazione, e un altrettanto grande, perfino eccessiva, coesione, non estranee a un sospetto di oratoria e tuttavia espressione di un pensiero che piuttosto che intricarsi nell'oggetto lo sorvola e lo domina sempre.
Ma è il loro metodo e contenuto che più ci affascina in queste brevi pagine. Come tante altre volte anche in questo caso Croce non è affatto il critico che applica i suoi filosofemi estetici quali “poesia e non poesia” ma è un critico che giustamente è stato definito “moralista”: colui che estrae da un testo amato il succo umano, una verità psicologica e sapienziale, dunque ricca di presentazioni aforistiche. E qui più che mai la verità che il testo sprigiona deve svolgersi in forma di racconto, come indica perentoriamente, all'inizio del secondo paragrafo (39 ss.), il passaggio all'imperfetto, tempo del Petrarca e non di chi sta scrivendo. Di qui Croce prende avvio per sviluppare appunto il tema dell'amore che, diverso da quello impetuoso della giovinezza, permane mutato ma anche modificato nell'età più tarda: l'amore sopravvivente alla passione, esperienza fondamentale e non abbastanza indagata della nostra vita.

Tratto da STORIA DELLA LINGUA ITALIANA di Gherardo Fabretti
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