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Beppe Fenoglio – I partigiani ad Alba


In questo che è uno dei suoi più grandi racconti, Fenoglio, che vi partecipò, ci comunica in un tono che si può senz'altro definire eroicomico, quella visione disincantata e antiretorica della guerra civile italiana del 1943 – 1945 che è uno dei massimi pregi artistici e morali.
Nativo appunto di Alba e partigiano nella zona, lo scrittore descrive l'evento con l'andatura oggettiva – o pseudo tale – del cronista, a partire subito dal memorabile incipit che ricorda quello di Marquez; un incipit che, nell'apparente fattualità, è però costruito con grande sapienza stilistica: la brevità quasi da sottotitolo; il tema, Alba, rilevato in prima posizione dallo spostamento a sinistra e dalla ripresa pronominale; la paronomasia oppositiva presero – persero; l'anafora fonomorfologica duemila – duecento, a segnalare la forte riduzione. E in realtà si direbbe che sia la precisione cronachistica delle date, sia l'anonimato di chi prese e poi perse insinuino il carattere militarmente inutile, puramente rappresentativo e simbolico, dell'operazione. Forse una parola guida di questi paragrafi iniziali può essere considerata carnevale, il cui senso è descritto più letteralmente alle righe 41 e 57 ss. ma che serpeggia un po' dappertutto, quando un'azione non si rivela per quel che dovrebbe essere ma devia nel basso – comico: quei repubblichini che fanno corsettine davanti ai camerati per diminuire la possibilità di prendersi un colpo; il fuoco di mitraglia che non tocca la retroguardia fascista ma una vacca al pascolo; il partigiano semplice che veste lussuosamente da colonnello in tenuta di gala; le eroiche partigiane che sfilano con portamento e facce da puttane, sicché c'è chi commenta tristemente e chi gli strizza l'occhio; i capi partigiani che si presentano al balcone prefettizio per ricevere gli applausi, ma tutto è deserto davanti e dabbasso; la sproporzione tra il numero apparente dei capi e quello della truppa. Eppure non manca, e subito, l contrappunto tragico, coi partigiani catturati dai fascisti e trascinati per Alba con le mani legate col fildiferro e il muso macellato.
Lo stile, cronistico e insieme di distaccata ironia, deve molto alle ripetizioni verbali, mai però tambureggianti: sgomberare e garantire; Venduti bastardi... Venduti bastardi; consolare – consolati. Essendo il brano quasi tutto “rappresentazione”, c'è qualcosa che si potrebbe definire rituale, e che le ripetizioni evidenziano. Per il resto lo stile si tiene fra il basso o basso-comico (far bordello, si cacciarono, farsi fottere, fecero cose da medaglie al valore, erano a puttane) con le metafore corpose ed elative affidate soprattutto al verbo che sono sempre tipiche dell'espressionismo di Fenoglio: ruzzolarono in cantina, muso macellato, s'erano scaraventate in città, allora le guardie del corpo serpeggiarono in quel gruppo, miscele che avvelenarono i motori, colla faccia da combattimento che spaccava l'obiettivo e soprattutto la vigorosa sinestesia sembrò che sulla città piovesse scheggioni di bronzo, epica e parodia dell'epica insieme.



Tratto da STORIA DELLA LINGUA ITALIANA di Gherardo Fabretti
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