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Guido Cavalcanti – La forte e nova mia disaventura


Si tratta di una ballata mezzana, cioè una ballata con la ripresa di tre versi, condotta su quattro stanze. La perdita dell'amore si svolge in uno spazio puramente mentale, abitato da personaggi quali core, pensero, vita, anima, tormento, Fortuna... Le uniche aperture alla spazialità sono comunque dominate dall'indeterminazione e in tutta la ballata non compaiono né una metafora né una similitudine che apra verso la realtà esterna. C'è un profondo carattere claustrofobico nel luogo dove si svolge questa battaglia d'amore, e tale ambientazione è precisata dalla fortissima concentrazione verbale del componimento, che dà luogo ad una lunga serie di ripetizioni martellanti.
Interessante la riduzione fonica. Nella I strofa c'è una fortissima assonanza delle rime; nella II strofa ugualmente, sia nella é delle parole messe a fare rima (pènsero, vèggia, fèro) sia nelle assonanze di e al centro delle parole dei versi (che strugg'e dole e 'ncende ed amareggia); nella IV  i versi finali assonano con quelli della ripresa.
Il martellato ossessivo della ballata scaturisce anche dalla netta predilezione per i versi senza sinalefi, con attacchi consonantici tra le parole e non legati di tipo vocalico, ad eccezione dello straordinario verso 14, tutto fluente per sinalefi e polisindeto.
Ognuna delle stanze sviluppa il tema dell'amore distruttivo, ciascuna per ogni stadio di questo, dall'affermazione iniziale del proprio disfacimento fino alla constatazione finale che ne deriva, il disintegrarsi del proprio stesso linguaggio con la separazione onirica o quasi psicotica delle proprie parole vagabonde.


Tratto da STORIA DELLA LINGUA ITALIANA di Gherardo Fabretti
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