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L'antichità del dialogo di Leopardi - A Silvia



Non è solo l'impostazione figurativa che lega inizio e fine, ma qualcosa di più preciso: la chiusa tombale con la parola morte è come un'eco dei versi d'avvio dove la vita di una bellezza giovanile che splende è detta mortale con probabilissima ambiguità semantica. I grandi poeti sono anche grandi architetti. La strutttura del componimento merita dunque ancora una sosta. È chiaramente un testo insieme progressivo e circolare, anzi la circolarità del tutto è anticipata, quasi mise en abime, dalla circolarità della strofa iniziale, poiché, come ha notato Agosti, la prima parola, Silvia, è anagrammata nell'ultima, salivi; e se la prima strofa è il nartece e la prolessi, quelle che seguono sono ricordi dell'io, vitali e affermativi, ma le ulteriori sono tutte dominate dalla negatività della consunzione e della morte.
Come sempre in Leopardi la veste linguistica del Canto è di dignitosa antichità: veroni, ostello, sovviemmi, pria, verno, molceva. Come sempre questa patina aulica va messa in relazione con la nota e suggestiva diagnosi leopardiana sull'impossibilità della lirica nella modernità: se dunque la lirica può riproporsi anche in quest'epoca, lo può solo a patto di indossare una veste antica o, per dirla tutta, greca. Ma grecità vuol dire anche castità espressiva, dir molto con poco. Come di regola nel Leopardi maturo, si potrebbe approssimare anche A Silvia con una formula: purezza lessicale entro agitazione sintattica.



Tratto da STORIA DELLA LINGUA ITALIANA di Gherardo Fabretti
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