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La componente lirica dei Promessi Sposi


Forte è anche la componente che possiamo chiamare lirica, che non è la meno attraente dell'opera. È sempre stato detto che il capitolo e la descrizione cominciano con un novenario isoritmico di quelli che poi si affermeranno con Pascoli, arricchito da assonanza e consonanza assieme (Quel ràmo del làgo di Còmo) per proseguire con un settenario: che volge a mezzogiorno. E non sono affatto rari gli endecasillabi.
Non si possono trascurare le correzioni che Manzoni ha apportato nel passaggio fra la prima e la seconda edizione del romanzo, le quali d'altronde rientrano nei criteri generali che hanno guidato quel duro e inflessibile lavoro, e che si possono alla buona riassumere così: eliminazione sia di aulicismi che di lombardismi, acquisizione di forme e voci del fiorentino vivo, il tutto in funzione di un abbassamento del registro verso una maggiore normalità. Sono dunque, nell'intenzione, correzioni meramente linguistiche, ma non si potrebbe certo negare che, qui e in genere, lascino interessanti residui stilistici; nel nostro inizio di romanzo in particolare la caratteristica di fondo è precisamente la coesistenza di una sintassi larga, convolta, sontuosa, con un lessico il più possibile comune, anche quando sia volturato all'espressività. È come se lingua e stile, o meglio lessico e sintassi, divaricassero. Vediamo cosa succede nelle forme:
- Opzione sistematica per le forme apocopate o elise del parlato toscano: viene > vien; lasciano > lascian
- Un lombardismo sostituito: banda > parte
- Frequente eliminazione o sostituzione di parole o espressioni di netta ma anche debole aulicità: di rincontro > dall'altra parte; allentarsi > rallentarsi; dirompe > rompe; interciso > tagliato.
Il confronto col brano corrispondente di Fermo e Lucia o prima minuta è tanto interessante quanto difficile per la notevole diversità di impianto e di dettagli rispetto alle due edizioni. Sommariamente notiamo le seguenti differenze:
- Manzoni elimina l'accenno alla propria personale esperienze di quei luoghi, di cui resta solo una traccia impercettibile nel riferimento al presente, quel e corrono tuttavia; invece da “storico” inserisce nella descrizione di Lecco il caustico richiamo alle malversazioni dei soldati spagnoli.
- Lascia cadere o corregge voci e forme più o meno spiccatamente letterarie come piccioli, fluttuamento, uliginoso, traripamento;
- Nelle due edizioni Manzoni opera una sorta di sintesi nell'analisi, che infatti risulta molto più concisa che in FL.
- La ferma oggettività del testo del '27 e del definitivo comporta l'eliminazione di tutte le espressioni approssimative di FL: varj seni e per così dire piccioli golfi > tutto a seni e golfi. Il narratore di FL era ancora tentativo; quello del brano è assolutamente oggettivo.
- Una spinta all'oggettivazione è data anche dall'eliminazione dei riferimenti quasi settecenteschi di FL a un concreto spettatore, del quale rimangono generiche seconde persone plurali o generiche espressioni come alzando lo sguardo, allo sguardo. Questo perché al Manzoni più tardo interessa lo spettacolo e non lo spettatore.
- In FL la descrizione è svolta come un continuo andirivieni, ondivaga e dunque più soggettivistica: nelle edizioni del '27 e nella definitiva, è invece ordinata secondo quadri e momenti e ripiani in consecuzione logica, che si possono così schematizzare: lago che diventa fiume e poi di nuovo lago → la costiera e i suoi monti → il pendio → Lecco → le strade e stradine e la loro visuale → gli spettacoli del monte e delle sue falde. Una organizzazione dell'immagine, dunque, che da centrifuga si è fatta centripeta.

Tratto da STORIA DELLA LINGUA ITALIANA di Gherardo Fabretti
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