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Leon Battista Alberti – La buona moglie


Leon Battista Alberti è uno dei poliedrici uomini del Rinascimento che colpì intellettuali come Jakob Burckhardt nell'Ottocento, quando la pratica della divisione e della specializzazione del lavoro era ampiamente consolidata.
Il brano scelto appartiene al secondo libro del suo maggior trattato, intitolato De re uxoria. In un passo del primo libro Alberti parla della prosa della sua opera giocando al ribasso, specie per quanto riguarda la presentazione del suo scritto come specchio del parlato, ma nello stesso tempo coglie di sbieco qualche carattere di questa prosa, come la vivacità del dialogato, l'improvviso delle interrogazioni (17) e la commistione di elementi dotti, latini, ed elementi del parlato fiorentino: la ricetta del cosiddetto umanesimo volgare, da lui infatti inaugurato. E in questo senso lo stile della Famiglia non è di natura diversa dalla nobilitazione del volgare fiorentino proposta dall'Alberti nella sua snella Grammatica, la prima in Italia. D'altra parte l'autore finge che il dialogo si sia svolto di recene fra alcuni “passati Alberti”, a beneficio soprattutto dei “giovani Alberti”: è dunque un discorso della famiglia svolto all'interno della propria famiglia; ma tutt'altro che a circuito interno. Il palazzi Rucellai a Firenze è il suo equivalente architettonico.
Così questo brano è punteggiato di latinismi anche rari: formosa, conzione, venustà, oppilazioni. Altrettanto notevoli sono le coloriture del fiorentino vivo: truova, sanza, filosafi. E fresco, ricchissimo è soprattutto il toscano in tensione con tecnicismi come frigidezza e oppilazioni, che presenta voci di attestazione unica o rarissima: scialacquata, stomacoso, sbardellata, personata, brunetta, istesa. C'è dunque una icasticità e inventività lessicale che come è noto si esprime soprattutto in quell'arte della derivazione che, in altri luoghi del trattato, fa trovare all'Alberti deliziosi diminutivi o vezzeggiativi come tenerina, puerelli, cosellina, sollazzosa, seccuccio, piagolina.
L'incontro tra modello latino e volgare fiorentino si può notare anche nella sintassi larga: a periodi ampi come quello alle righe 22 e ss. si contrappongono brevi e secchi periodi nominali come 15, 17 e 34. La retorica stessa, che tiene assieme il tutto, suona più colloquiale che dotta. Sono gradazioni semantiche secondo coppie e terne: vezzi e gentilezza 8, modestia e nettezza 13, sbardellata e sporca 16 – 17, netta e pulita 18.
Ci troviamo dunque di fronte ad una prosa che scaturisce intatta e viva da quella che è stata chiamata la crisi linguistica del Quattrocento, e riesce a dover pochissimo ai modelli del Due – Trecento, il che significa però che non avrà avvenire. La secolare sfortuna del Boiardo sta là a dimostrarlo.
Secondo l'etica familiaristica e misogina del tempo, le qualità, positive o negative, della donna, sono rigorosamente subordinate alla funzione di procreatrice e massaia; della donna si auspica al massimo che concordi col sentire del marito. Ciò non toglie che l'Alberti si faccia prendere piacevolmente la mano.

Tratto da STORIA DELLA LINGUA ITALIANA di Gherardo Fabretti
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