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Matteo Maria Boiardo – Orlando e Agricane

Matteo Maria Boiardo – Orlando e Agricane


Già nei canti precedenti Orlando e il re di Tartaria si erano affrontati due volte. L'ultimo duello, nel canto precedente, si era svolto in un'atmosfera di estrema cortesia reciproca ed era stato interrotto dal sopravvenire della notte; allora i due, distesi vicini, si sono messi a discorrere amabilmente d'armi e di cultura. Durante quel civile colloquio Orlando rivela il suo amore per Angelica e ciò il re di Tartaria non può sopportarlo. I due riprendono allora a battersi tempestosamente illuminati dalla luna: da una parte, dunque, grande trovata scenografica del Boiardo, e dall'altra contrasto tra la verginità dell'astro lunare e la ferocia dei colpi. E qui, come di regola per la suspence narrativa, Boiardo chiude il canto sul più bello, con un taglio particolarmente secco. È questa una minima traccia della grande tecnica di costruzione per intrecci interrotti e ripresi, incrociati e sovrapposti, tipici dell'autore.
Questo XIX canto si apre eccezionalmente con un'ottava che ha un netto tenore proemiale, tanto più perché ricalca in vari punti il proemio generale del canto primo. Ciò sembra indicare che il Boiardo assegna alla conclusione di questa vicenda un valore insolito, che deriverà soprattutto dalla conversione in morte del pagano sconfitto, idea poi ripresa dal Tasso nell'episodio di Tancredi e Clorinda, anche con riutilizzazioni puntuali. In seguito Boiardo si riallaccia nella seconda strofa al canto sospeso precedentemente tramite due aggettivi utilizzati già in quel canto: colpi dispietati e fieri e Con fiero assalto dispietato e duro abbozzando inoltre un riferimento all'atmosfera notturna.
Come sempre Boiardo racconta con suprema disinvoltura e libertà, quasi come se improvvisasse, tutto preso dall'incalzare e rinnovarsi della narrazione, e delle sue invenzioni di grande affabulatore. Non si cura perciò di non ripetere le stesse parole, come fiero, colpo, furore o modulazioni simili, anche se non disdegna certo le variazioni. Neppure si cura di non ripetere nello spazio breve gli stessi sistemi di rime, e talora le stesse parole – rima, in particolare le comunissime in ato e one che tornano più volte, e comunque la stragrande maggioranza delle rime dell'episodio è facile, vocalica e anche grammaticale, come vuole lo scorrere dell'azione senza intoppi.
Analogamente il taglio sintattico delle ottave non obbedisce a istanze di simmetria: accanto a nornali scansioni per distici e ad un solo caso di partizione 4 + 4 (alla nona ottava), si affacciano come sempre in questo poema suddivisioni per unità dispari (5 e soprattutto 3) e, ancor più rilevanti, stacchi secondo l'unità minima, il periodo – verso, fino ad un caso di estrema frammentazione come accade nella quindicesima ottava. E tale estrema varietà e asimmetria di scansioni sarà anche un omaggio che l'artefice rende alla propria libertà.

Tratto da STORIA DELLA LINGUA ITALIANA di Gherardo Fabretti
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