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Niccolò Machiavelli – Tecnica dell'imbroglio


Tradizionalmente attribuita agli anni 1518 – 1520, la Mandragola è l'unica commedia fiorentina dei primi due decenni del Cinquecento a non essere scritta “umanisticamente” in versi ma “realisticamente” in prosa, come in prosa era già la versione machiavelliana dell'Andria. La trama della commedia è nota e il brano riportato corrisponde alle scene VIII – IX del quarto atto. L'ambientazione di questa scena, e di tutta la commedia, non è affatto generica come nella tradizione, ma inconfondibilmente fiorentina, e le fa da basso continuo una lingua che a noi oggi può suonare quasi dialettale, tanto sono accentuati i suoi caratteri locali, e dunque antiletterari, ben al di qua di un lessico e di una cascata di modi di dire spiccatamente fiorentineschi. È anche su un'esperienza di questo tipo, compatta in tutta la commedia, che farà perno Machiavelli quando sosterrà contro Trissino e Bembo la dignità del fiorentino d'uso come lingua nazionale. Vediamolo, allora, questo fiorentino.
In ambito fonologico troviamo i vari truovi, cuoprigli, giuoco, oltre a boce e scarzo; in campo morfologico si usa el come articolo maschile ed e' come suo plurale mentre tra le voci verbali troviamo di' (dici), sète (siete), la desinenza -àn a interpretare la prima persona plurale dell'indicativo di prima coniugazione, la desinenza -èn per il futuro, la desinenza -ssi per il congiuntivo imperfetto; in merito alla sintassi troviamo l'accusativo al posto del genitivo (a casa [del] la madre), il periodo ipotetico con l'imperfetto indicativo sia in protasi sia in apodosi (118).
Su questo sfondo comune si staglia però l'individualità delle singole voci, che paradossalmente emergono pur in un notturno e in una scena dominata dal travestimento. Prima di tutti Nicia, che l'autore dipinge coi toni tipici del vecchio stolto della commedia. Nella sua elementarità che non sa elevarsi sopra il linguaggio della tribù, e nella sua presunta furbizia, è lui il titolare principe, oltre che dei fiorentinismi più accusati, delle espressioni idiomatiche per lo più allusive e delle frasi proverbiali, nonché delle esclamazioni e delle interrogazioni, per non parlare della corale scena IX, dove si rende protagonista di una lunga serie di moti di paura, meraviglia, schifo affidati alle pure interiezioni e dell'iterazione balbettante del rigo 130. Questo orditore di una beffa che poi si rivolgerà contro di lui, daprrima è incerto sul come condurrre la manovra, ma poi, catturata la vittima e condotta a buon fine l'impresa, insiste non senza sadismo nel farlo legare stretto. Colmo del comico che gli si ritorce contro è quando Nicia teme che il prigioniero possa essere qualche vecchio debole o infermiccio, insomma inadatto all'impresa amorosa come lui!
All'oppostro troviamo Ligurio, interamente padrone di sé, si autoelegge capitano della giornata: ecco allora tutte le espressioni militaresche ma anche quel gusto per le terne e le serie per lo più asindetiche e per le simmetrie verbali, la cui eloquenza indica padronanza della situazione ma insieme distanza da essa, e che in realtà gli appartengono in tutta la pièce. Promosso motu proprio a regista dell'impresa, il sensale si atteggia a intellettuale, e forse non è un caso che nella nostra scena cadano solo nelle sue battute latinismi grafico – fonetici del tipo exercito, examina.

Tratto da STORIA DELLA LINGUA ITALIANA di Gherardo Fabretti
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