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Vittorio Sereni – La casa di Anna Frank


Amsterdam è uno dei culmini della raccolta (1965) e di tutto Sereni, ed è la prima poesia di un trittico intitolato cumulativamente come sopra; la seconda del trittico, L'interprete, col suo tema dell'inflessibile memoria (della violenza e della barbarie naziste), le si lega strettamente. Come molto spesso in Sereni, l'emergenza poetica è legata a un viaggio, e questo a sua volta è privilegiato nello sprigionare, come qui nella posizione forte d'apertura, il motivo del caso: è questo un motivo che potremmo considerare quella che in Montale era l'occasione ma ancor più radicato biograficamente, sicché conosce un suo sviluppo narrativo e non è, come in lui, presupposto e puntiforme, e nello stesso tempo segnala il carattere fatale di queste riemergenze del passato nel presente.
Delle due strofe, legate dal nome Anna Frank, la prima, più breve, ci fornisce una sorta di antefatto, svolto senz'altro in modi prosastici che danno ancor più rilievo all'avvitamento lirico della seconda: questa contiene lo sviluppo mentale e poetico. È una colata di venticinque versi di varia lunghezza, un po' a fisarmonica, nella quale tuttavia accanto a misure informali si appiattano settenari (6, 12 e 13) e doppi settenari (7, 14) e soprattutto endecasillabi, che aprono entrambe le strofe.
Le rime non figurano. Sereni è un poeta dell'iterazione, cioè a volta a volta della riemergenza del passato nel presente, della ripetizione dell'esistere, della specularità di oggetti ed eventi, del tema del doppio, dell'ossessività delle cose e dei fatti che lavorano entro la psiche. E dunque, mimando anche la progressione della passeggiata, ecco, oltre alla ripetizione del nome proprio altri esempi: non deve essere – non è; scriverlo – scrisse; trovarla – ritrovandola; una – unità; nei suoi tre quattro – nei suoi tre quattro.
L'aspetto però più caratteristico e penetrante di questa lirica è che l'iterazione, che per sua natura non può svolgersi che nel tempo, si riflette ed è contenuta in una replicazione spaziale, topografica, che la rifrange e che è la configurazione stessa e l'aspetto della città oggetto del discorso. E da parte sua questo iterato rifrangersi è prodotto dall'irraggiarsi in esso dello spirito della ragazza ebrea, come un sasso gettato nell'acqua che l'apre via via in cerchi concentrici, quelli stessi dei canali della città. E si osservi bene: perpetua è verbo dell'ordine temporale, non spaziale; tempo e spazio, come è caratteristico di Sereni, si invertono e rispecchiano incessantemente l'uno nell'altro.Così la vertigine spaziale del ripetersi dell'apparentemente immobile, i canali fermi e uguali, diviene delirio e correlato del peso delle memorie, individuali e storiche. Tale esito è tuttavia lo sbocco di un'inchiesta, che conosce perplessità e contraddizioni, dunque attenuazioni, sovrapposizioni di opposti, inceppi: Lei, è vero...; continuavo a cercarla senza trovarla più / ritrovandola sempre. Ma come spesso in Sereni dalla perplessità personale nasce una sorta di perentorietà morale della pronuncia, espressa da precisi fatti stilistici.
Così lo snodo, v. 14, con Ma, tipico del poeta come transizione senza incertezze e virata dalla preparazione o attesa alla resa dei conti, all'appello; l'aggettivazione decisa, senza più dubbi: ferma e limpida 22; l'iterazione conclusiva, che dalla pista di lancio del precedente endecasillabo, 17, si allarga al verso similare di chiusa, il più lungo e solenne della lirica.
L'incrocio cui tende sempre Sereni, fra la propria perplessa esperienza esistenziale e i fatti di una storia terribile (nazismo e massacro degli ebrei abitavano profondamente la sua coscienza) qui è realizzato in modo paradigmatico: la memoria individuale si è fusa con la memoria storica ed etica, e questo fa la differenza con tanta poesia memoriale del Novecento. La città non è il correlativo di Anna ma il suo specchio e la sua espansione, come da lei generata.

Tratto da STORIA DELLA LINGUA ITALIANA di Gherardo Fabretti
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