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Stuart Mill 1806 – 1873


La morale, il diritto e l’economia pongono in risalto il nesso sussistente tra l’individuo, gli individui e la società. Il fine della vita dell’individuo, la felicità, intesa come stato di soddisfazione può essere conseguito solo con un ordinamento sociale che elimini gli ostacoli materiali e culturali al conseguimento di essa. Ritiene che la società riuscirà ad attenuare i mali che impediscono all’individuo di conseguire la felicità: ad esempio la povertà, la malattia, l’insicurezza sociale possono essere combattuti dalla saggezza della collettività.
Il principio della giustizia reclama la progressiva eliminazione delle ineguaglianze politiche e sociali non più giustificate dal progresso della società e che non consentono a numerose categorie sociali di conseguire la felicità. Il processo di evoluzione della società deve essere indirizzato verso il progresso morale e civile della società stessa.
Lo sviluppo economico si trasforma in un progresso morale e civile allorchè si attua il mutamento di status del lavoratore salariato e del lavoratore proprietario, mediante leggi che consentono al lavoratore di partecipare in proprio alla produzione e alla direzione delle imprese mediante società cooperative e altre forme di produzione associata che sono il punto di arrivo di un graduale processo di trasformazione dell’organizzazione economica fondata sulla proprietà del prodotto del proprio lavoro. Mill è teorico di un ordinamento sociale in cui la distribuzione della ricchezza e i diversi ruoli sociali si fondano sul merito. Le categorie sociali devono scomparire per essere sostituite da una classe media molto estesa e la maggioranza dei lavoratori si deve togliere dalla condizione di salariati per assumere quella di produttori-proprietari.
Si rende conto dei rischi della concezione economicistica della società che fa della produzione economica e dell’incremento di ricchezza l’unico fine dell’uomo. Si finirebbe col proporre l’ideale di vita dell’antagonismo. Il nuovo ordine sociale deve invece creare le condizioni affinchè le menti degli uomini non siano assillate dalla gara per le ricchezze e si possa perfezionare l’arte della vita: il benessere della società non può essere scisso dalle virtù platoniche della giustizia e il dominio di sé, la temperanza, che ispirano la condotta dell’individuo e lo impegnano a collaborare con gli altri senza distinguere il suo bene da quello della collettività.
La libera concorrenza è la causa di tutti i mali della società, sovrapproduzione, bassi salari, miseria generale; ma la sua eliminazione ne determinerebbe maggiori: provocherebbe la scomparsa di ogni incentivo all’innovazione delle tecniche di produzione e nell’organizzazione. Bisogna mantenere la libera concorrenza soprattutto quando l’attività economica si baserà sul principio associativo. Un’assmblea deciderà di modificare le tecniche e i relativi piani di produzione solo se è costretta dalla concorrenza delle altre imprese.
Le formule del governo di se stessi e il potere del popolo su stesso si sono rivelate astratte. In democrazia il potere è espressione della maggioranza ma il sistema democratico col far derivare tutti i poteri, esecutivo, legislativo e giudiziario dalla volontà del popolo, li unifica e li concentra nella maggioranza che si afferma nelle elezioni, conferendole un potere senza limiti. Una volta impadronitasi del potere la maggioranza tende a conservarlo e quindi deve impedire alla minoranza di diventare maggioranza. Da qui scaturisce il dispotismo delle maggioranze, che non is esercita solo per il tramite dei magistrati o dei pubblici funzionari, ma si cerca di legittimare come pubblica opinione che ha un potere superiore a quello delle istituzioni di governo in quanto tende a formare la coscienza degli individui predeterminandone il comportamento.
Le società contemporanee tendono a estendere sempre più il loro potere sull’individuo. Richiama la concezione della nuova religione dell’umanità che si sostituisce alle religioni tradizionali  e che esercita un dominio spirituale sulle coscienze degli individui.
La società ha il diritto di usare la forza e costringere l’individuo a un determinato comportamento solo nel caso in cui lo stesso arrechi danno agli altri. Solo l’individuo è il giudice sovrano dei mezzi più adatti per il conseguimento della propria felicità. C’è una sfera intangibile da parte della società e del governo nella quale l’individuo esprime con piena legittimità la sua libertà: si riferisce all’interiorità, alla coscienza dell’individuo che è il fulcro della libertà, dalla quale derivano la libertà di pensiero, di opinione e di sentimenti. Inseparabile da queste libertà è quella che ci consente di rendere pubbliche le nostre opinioni. Altrettanto importante è la libertà delle tendene cioè la libertà di indirizzare la propria attività e di svolgerla secondo quanto ritiene più adatto alle sue inclinazioni e aspirazioni. La libertà di agire conformemente alle nostre tendenze e di far conoscere le nostre opinioni sono il presupposto della libertà di associazione. Sono queste libertà che segnano il limite del potere che la società può esercitare sugli individui.

Tratto da STORIA DELLE DOTTRINE POLITICHE di Filippo Amelotti
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