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Il tardo antico - Riegl -


Si tratta di una storia sintetica dell'arte romana da Costantino a Giustiniano, cioè del tardo antico. Si divide in tre parti: il linguaggio dell'arte tardo antica attraverso arti emergenti come architettura, pittura e scultura, valutandone le trasformazioni del linguaggio in rapporto alle opere dei primi secoli: le tecniche suntuarie praticate nelle botteghe del tardo antico (lavori a traforo, intagli, smalti, incrostazioni a granati); lineamenti fondamentali della volontà artistica tardoromana. Scegliere un epoca poco considerata come il tardo antico significa sancire finalmente che non esistono periodi storici di decadenza artistica alternati a periodi di floridezza: ogni periodo artistico va studiato nella sua peculiarità, all'interno di un quadro storico di riferimento, inteso come un processo di sviluppo continuo.
Riegl adotta schemi di lettura visivi: quelli della visione tattile opposta alla visione ottica; della visione plastica (tattile, quindi fortemente rilevata)  opposta a quella coloristica (superficiale, bidimensionale, basata sulla considerazione dell'opera come superficie colorata); visione spaziale (tridimensionale) e visione planimetrica (bidimensionale).  Il linguaggio del tardo antico viene messo in luce con molto acume. Ne evidenzia gli originali valori anticlassici, antinaturalistici e simbolici; ne apprezza l'apparente rozzezza compositiva, l'accentuazione simmetrica, la sensibilità coloristica e chiaroscurale, le novità spaziali, le ricerche prospettiche rivoluzionarie.  Una analisi innovativa, che va fuori dai tradizionali schemi ermeneutici basati sui concetti di armonia, proporzionalità ed equilibrio tra le parti, definita come estetica della disintegrazione, che eredita il pensiero kantiano ed idealista, influenzato dalla Secessione viennese, sottolinea finalmente il contributo dell'esperienza soggettiva. Sono parametri presi dall'estetica puro visibilista e calati in una lettura di tipo formalistico.  Altro argomento importante contenuto nel libro è il posto riservato allo spettatore nell'ambito del ruolo interpretativo. Lo spettatore considera l'opera come mera apparenza con la sua partecipazione immaginativa e non come entità esterna autosufficiente. Un modo ereditato da Hegel.

Tratto da STORIA E CRITICA D'ARTE di Gherardo Fabretti
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