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Paul Ricoeur: la mimesis tra tempo e racconto


Paul Ricoeur insiste ugualmente sul legame tra la mimesis e il mondo nella voluminosa trilogia Tempo e racconto. Se la teoria letteraria associava la mimesis alla doxa, ad un sapere inerte, passivo, repressivo, al consenso e all'ideologia, e quindi al fascismo, Ricoeur preferisce tradurre mimesi con ATTIVITÀ MIMETICA e la identifica più o meno con il mythos, tradotto come COSTRUZIONE DELL'INTRIGO, e non può essere separato da una esperienza temporale, anche se Aristotele non dice nulla in proposito. Quindi l'attività mimetica si basa sulla costruzione dell'intrigo. Mimesis e mythos sono classificabili come OPERAZIONI e non come STRUTTURE. Sono operazioni perchè la poetica, come dice Aristotele, è l'arte di costruire racconti, e in quanto arte implica una pragmaticità, quindi una operazione.
Aristotele, continua Ricoeur, non descrive un processo passivo, così come vorrebbe la teoria letteraria, ma un processo attivo, di imitare e rappresentare.
In questa espressione l'imitare o rappresentare azioni, (la mimesis), coincide quasi sinonimicamente con la disposizione dei fatti (il mythos) e Aristotele stesso diceva che Del fatto per sé stesso il racconto costituisce l'imitazione
La mimesis se è una COSTRUZIONE dell'intrigo, è un modello di concordanza, un paradigma di ordine; la compiutezza, la totalità, l'espressione appropriata ne sono le caratteristiche principali. L'intrigo fa della successione degli avvenimenti qualcosa di intelligibile. L'intrigo, come diceva Frye, è riconoscimento; un riconoscimento che esce dal quadro dell'intrigo per diventare quello dello spettatore, che impara, conclude, ne riconsce la forma intelligibile.
Dunque la mimesi è IMITAZIONE CREATRICE e non RICALCO DI UN REALE PREESISTENTE. Ricoeur, avendo insistito sulla mimesis come interruzione, vorrebbe che essa fosse anche elemento di collegamento con il mondo. Posto dunque che la mimesis è imitazione creatrice, essa viene definitia come MIMESIS II; oltre ad essa distinguiamo altre due mimesis, una a monte e una a valle della MIMESIS II.
A monte la mimesis come riferimento al reale; a valle la mimesis come ciò a cui lo spettatore o il lettore mira. È vero che Aristotele non ne parla in maniera organica, ma queste due mimesis si trovano, per quanto sparse, nella Poetica. Rispetto alla MIMESIS I (mimesis come riferimento al reale), possiamo inferire la sua esistenza dalla distinzione che fa Aristotele tra commedia e tragedia, basata su una distinzione etica (gli uomini peggiori o migliori di come sono) e poi poetica; un movimento dall'etica (M I) alla poetica (M II). Un movimento saldato e non una mimesis di rottura come voleva la teoria.
Per quanto riguarda la MIMESIS III (ciò a cui lo spettatore o il lettore mira), essa è praticamente la ricezione della medesima, e Aristotele ne parla quando identifica quasi il verosimile con il credibile, considerando cioè il verosimile dal suo effetto.
Questo discorso, dice Ricoeur, per dire che la poetica moderna riduce troppo sbrigativamente la mimesis a semplice disgiunzione, facendosi forte di un presunto divieto che la semiotica denuncerebbe nei confronti di tutto ciò che è extralinguistico.
La mimesis è dunque ATTIVITÀ CREATIVA, e si inserisce tra la precomprensione del mondo di MIMESIS I e la ricezione dell'opera di MIMESIS III.
Il racconto è il nostro modo di vivere nel mondo; rappresenta la nostra conoscenza pratica del mondo e comporta che si lavori in comune per costruire un mondo intelligibile.
La costruzione dell'intrigo è la forma di una conoscenza umana più intuitiva, congetturale, presuntiva rispetto alla conoscenza logico – matematica. È soprattutto una conoscenza legata al tempo: il racconto ha infatti il compito di dare forma alla successione informe e silenziosa degli eventi; mette in relazione esordi e conclusioni. Partendo dal tempo, il racconto crea temporalità. La temporalità è l'unica struttura dell'esistenza che il linguaggio riesce a creare nel racconto; non esiste un altro modo per avvicinarsi al mondo; non esiste altro accessi al referente che raccontare storie.
La mimesis non è dunque una copia statica o un quadro, ma una attività cognitiva, una esperienza del tempo a cui è stata data forma, configurazione, sintesi; una praxis dinamica che non imita ma produce ciò che rappresenta; incrementa il senso comune e sfocia nel riconoscimento.
Con parole di Ricoeur:
il tempo diviene tempo umano nella misura in cui viene espresso secondo un modello narrativo, e il racconto raggiunge la sua piena significazione quando diventa una condizione della esistenza temporale.
Ricoeur e Frye arrivano a conclusioni un po' troppo elastiche quando identificano senza parere il riconoscimento interno all'intreccio con quello ad esso esterno.
Un altro studioso ha sottilineato l'importanza dell'anagnorisis nella Poetica, ma senza questa bizzarria; si tratta di Terence Carver, con il suo libro Recognitions: a study in Poetics. Il valore euristico della mimesis vi viene sottolineato ma non si fa confusione tra riconoscimento interno ed esterno.
Aristotele fa pressantemente riferimento al valore euristico nel capitolo IV della Poetica, senza riferirsi all'anagnorisis. Ciò che definisce l'azione come riconoscimento , al termine del quale l'eroe viene a conoscenza della propria identità, è invece un paradigma della definizione di identità in senso filosofico.
La mimesis viene collegata da Carver al paradigma cinegetico, ricavato da Carlo Ginzburg, che fa del lettore un cacciatore alla posta degli indizi che gli permetteranno di dare un senso alla storia. Ciò che nella finzione è il segno di riconoscimento, nella realtà è la traccia, l'impronta, la firma che consente di individuare un soggetto o ricostruire un evento. La mimesis è dunque una speciale conoscenza del mondo umano.


Tratto da TEORIA DELLA LETTERATURA di Gherardo Fabretti
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